ALTRI RACCONTI URBAN FANTASY

La mia traduzione del racconto breve urban fantasy THE DEVIL IN THE CLOSET, storia breve di Evelyn Vaughn è stata completata da una gentilissima e disponibilissima lettrice del blog. Potete scaricare in questo post tutte le sue parti. Mi raccomando fatemi sapere se vi è piaciuto, io lo trovo molto simpatico e carino.

Parte I

 

Marcy si avvolse un asciugamano intorno al corpo, passò dal bagno alla camera da letto, aprì la cabina armadio…

…e per poco non precipitò in un tunnel turbinante di fiamme ultraterrene.

Volute di fumo invasero la camera da letto, faceva più buio che a mezzanotte come se le lingue di luminoso fuoco arancione stessero proiettando ombre nere di fuliggine. L’odore del calore e di qualcos’altro, qualcosa di non identificabile, le bruciava il naso e i polmoni e le faceva lacrimare gli occhi spalancati. E il suono, come un sibilo, come un urlo…

Come un bel po’ di urla.

Marcy richiuse con violenza l’anta.

Rimase a fissarla per un lungo momento, sbalordita, senza capire. Poi, con ancora indosso solo l’asciugamano e a piedi scalzi, corse verso la cucina dell’appartamento. Lì teneva un estintore perché aveva letto che era la cosa giusta da fare. Doveva usarlo subito o doveva prima chiamare il 911? Le cose necessarie da fare si scontravano per trovare un ordine. Doveva portare fuori il gatto, Palla di neve, e avvisare il resto dell’edificio, e…

La risata la fermò.

Profonda e malevola, si spandeva dalla porta della camera da letto e le turbinava intorno come qualcosa di fisico, qualcosa di appiccicoso, qualcosa di decisamente pericoloso. Marcy esitò.

Una risata?

Una balbettante ragione combatteva con un diverso istinto. Una consapevolezza più primordiale si fece strada tra il panico.

In qualche modo quel fuoco non era fuoco.

La maniglia di cristallo dell’armadio non era stata calda al tatto. Non si era bruciata, anche se sia lei che l’asciugamano color pesca in cui si era avvolta dopo la doccia adesso sembravano asciutti in modo innaturale.

Sì, aveva visto le fiamme, ciò che pensava fossero fiamme, ma in verità non aveva visto bruciare né gli abiti appesi ordinatamente né la cassettiera. Infatti, le era sembrato che il fuoco girasse vorticosamente, come acqua che defluisce da uno scarico, come un…

Portale. La parola le venne spontanea, assurda. Come un portale di qualche tipo.

E i fuochi non ridono. Neanche quelli allegri.

Il senso della realtà di Marcy vacillò. Se quello era davvero un fuoco, ogni secondo era prezioso! Estintore, 911, gatto, vicini.

Ma se non lo era…

Oh no.

Una seconda dose di senso di colpa congelò la sua paura, a parte il fatto che non era sicura quale esito temeva di più. Era peggio se l’appartamento stava davvero andando a fuoco, o se qualcosa di strano e ultraterreno, qualcosa che non dovrebbe succedere nella realtà, stava…beh…succedendo?

Specialmente se era colpa sua?

In qualunque caso, pazzesco o meno che fosse, doveva esserne certa. Fece un profondo respiro e si girò riluttante verso la camera da letto. Dopo aver preso l’estintore da sotto il lavello.

Si costrinse ad avvicinarsi all’armadio, titubante allungò la mano libera…

E toccò la maniglia di cristallo vecchio stile.

Niente calore. Nessuna puzza di fumo. Niente.

Girò la maniglia e, molto cautamente, aprì appena l’anta. Tutto nell’armadio sembrava normale. La aprì di più, un senso di sollievo si spanse in lei…

Poof! In uno scoppio improvviso, fiamme e denso fumo nero turbinarono verso di lei. Era una specie di tunnel che girava in senso antiorario più in profondità nell’armadio di quanto potessero permetterlo le dimensioni dello stesso.

Marcy adesso riconosceva il suono sibilato e urlante come veri sibili e urla. Sibili e urla disumani. Un odore acre si mischiava al fumo che la prendeva alla gola. Le venne in mente la parola zolfo. E sopra tutto, attraverso tutto, si avviluppava quella risatina profonda, scura e infelice, e un pensiero improvviso, chiaro come se fosse stato detto a voce alta.

Finalmente

L’estintore le scivolò di mano e le cadde su un piede, ma Marcy era troppo spaventata perfino per accorgersene. Richiuse nuovamente l’anta con violenza. Anche se niente altro aveva senso, almeno quello lo aveva! Zoppicando indietreggiò fuori dalla camera da letto. Andò a sbattere sulla maniglia e si trattenne dall’urlare. Continuò all’indietro fino al tinello. Ormai era completamente asciutta, nonostante fosse appena uscita dalla doccia, e molto probabilmente anche pazza, ma…

Ma di certo questo non aveva l’aria di qualcosa che il dipartimento dei vigili del fuoco poteva risolvere.

O si stava immaginando il tutto, o c’era un …

Pensalo.

C’era davvero un portale per l’inferno nel suo armadio.

Ma perché? Come? Quando…?

Lentamente Marcy si girò verso il tavolino col piano di cristallo. Sopra c’erano ancora i residui della candela bianca che aveva usato la sera prima quando si era ritrovata a dover affrontare uno squallido ventottesimo compleanno dopo aver passato una deludente serata con i vecchi compagni di scuola che non vedeva da dieci anni. Tracce di cera semitrasparente si erano indurite mentre gocciolavano sul portacandele di ottone, come se il tempo si fosse fermato. Accanto, i resti di carta bruciacchiata erano ancora accartocciati nel piattino di ceramica, in attesa che lei seppellisse sia le ceneri sia il moccolo di candela come dovrebbe fare ogni bravo mago. Un libro in edizione economica, Magia per principianti, ancora appoggiato sotto il tavolo: beffarda testimonianza del primo tentato incantesimo di Marcy. Erano mesi che leggeva libri di magia, e non sarebbe dovuto accadere nulla tipo qualunque cosa fosse nell’armadio. Quell’incantesimo in particolare avrebbe dovuto essere semplice, innocente, innocuo. Praticamente una meditazione. Un incantesimo tipo dove sono stata e dove sto andando.

Era chiaro che qualcosa era andato storto e adesso Marcy era in serie difficoltà. Forse chiunque sarebbe stato in serie difficoltà. Ma con le fiamme dietro l’anta dell’armadio, Marcy non poteva perdere tempo a ricontrollare la sua misera collezione di libri sulla moderna stregoneria. E certo non poteva non fare nulla. Aveva bisogno d’aiuto.

Così fece quello che ogni altra donna di città single avrebbe fatto. Telefonò al tuttofare.

Tomas Martinez era un tipo inquietante, vero.

Ma al momento la situazione sembrava più inquietante.

 

Tomas si stava divertendo a spaventare vecchiette quando il suo cellulare suonò.

“Io non sono tanto per le vecchie tradizioni,” stava ammettendo, appollaiato sulla scala di alluminio. Arrotò deliberatamente la r di tradizioni, anche se di solito non parlava con nessun accento, per fare più effetto. Stava appendendo ghirlande di foglie di seta rosse, gialle e marroni per la festa che la signora Roberts aveva in programma per il giorno seguente. Qualcosa circa l’insistenza della signora nel fornire una “alternativa più spirituale” alle presunte celebrazioni sataniche per Halloween aveva fatto emergere il suo lato diabolico.

Non che fosse difficile. Il suo lato diabolico non era mai troppo lontano dalla superficie, specie quando era infastidito dalla auto inflitta fragilità altrui.

“Che genere di tradizioni?” domandò la sua inquilina dai capelli bianchi, mantenendo le distanze.

“Per far piacere ai miei nonni celebriamo ancora il Dia de los Muertes.” Staccò il telefono dalla cintura mentre diceva: “Il giorno dei morti. Facciamo un picnic al cimitero, mangiamo le caramelle scheletro, entriamo in comunione con i parenti che sono passati nell’al di là”. Alzò le spalle negligentemente. “Il solito, giusto?”

Anche se la bocca della signora Roberts si aprì, non ne uscì una parola.

Tomas le strizzò l’occhio mentre rispondeva al telefono, “Che succede?”

“Signor Martinez?”. A proposito di auto inflitta fragilità! L’uso del cognome, il tremolio nella voce, doveva essere Marcy Bridges del terzo piano. Estremamente cortese quella lì, nonostante l’apparente terrore che aveva nei suoi confronti. Tomas non era sicuro cosa lo irritasse di più.

“L’ultima volta che ho controllato, ero io.” Tomas usò la mano libera per appendere altre foglie finte sui ganci che aveva installato sopra le tende del tinello. “Cosa posso fare per lei, signorina Bridges?”

“Non avrei dovuto chiamare” disse velocemente, facendolo irritare ancora di più. Ogni bravo coniglio dovrebbe sapere che correre è in pratica un invito a farsi inseguire.

“Ma l’ha fatto.” Lasciando penzolare una estremità della ghirlanda, Tomas saltò senza sforzo giù dalla scala così da potersi concentrare meglio sulla timida voce del Midwest al telefono. “Tanto vale che mi dica il perché.”

Qualunque cosa lei disse dopo venne fuori così in fretta e concitata che Tomas non riuscì a capire, così corrucciato chiese, “Scusi?”

Più lentamente, lei disse, “C’è qualcosa…qualcosa di brutto…nel mio armadio. Mi dispiace. Non sapevo chi altro chiamare…”

C’erano dei giorni in cui Tomas desiderava che nell’edificio ci fossero più inquilini maschi. Sospirò e si piegò per prendere un’altra ghirlanda autunnale dalla cesta della signora Roberts. “Si tratta di un ragno?”

“Mmm…”. La voce di Marcy tremò di nuovo. “Nooo. Non è un ragno.”

“Un topo?” Tomas notò che la signora Roberts sembrava perfino più preoccupata per il topo di quanto lo fosse stata per l’idea che lui comunicasse con i morti, e le fece un sorrisetto.

Marcy Bridges non stava rispondendo. Non un buon segno. Forse Tomas avrebbe dovuto essere preoccupato per l’armadio della signorina Bridges, . “Qualcosa di più grosso?”

“Arhwuhh…” Si era messa una mano davanti alla bocca? Poi semplicemente sussurrò, “Per favore, faccia in fretta.”

Il “per favore” timido ma chiaramente disperato, lo preoccupò.

“Sto arrivando.” Tomas lasciò cadere le foglie di seta nella loro cesta. “Non si preoccupi. Me ne occupo io.” Qualunque cosa fosse.

Quegli appartamenti erano una sua responsabilità. Ci aveva messo tempo, sudore, perfino sangue. Non poteva accettare che andasse in nessun altro modo.

Dopo aver corso giù per le scale per procurarsi una trappola per topi e una mazza da baseball, Tomas prese il vecchio e rumoroso ascensore di metallo fino al terzo piano. Quando bussò alla porta del 3B, ottenne come risposta un urlo di sorpresa.

Qualcosa decisamente non andava. Marcy Bridges non sarà stata la donna più coraggiosa che lui avesse mai incontrato (ogni volta che era costretta a chiedere il suo aiuto, sembrava preoccupata che lui avrebbe preferito ucciderla a sangue freddo piuttosto che aggiustarle le tubature). Forse erano i capelli lunghi. Il tatuaggio intorno al polso sinistro. L’amore per il cuoio nero. Le origini non bianche.

Ma un urlo? Sembrava che Marcy fosse di fronte a qualcosa di più grave della sua fervida e spaventata immaginazione.

Tomas bussò più forte. “Signorina Bridges? Tutto a posto?”

Rumore di lucchetti. In un momento, Marcy spalancò la porta.

Tomas la fissò, la mazza da baseball stretta inutilmente in mano.

La signorina Bridges aveva addosso un asciugamano. Solo un asciugamano. Tomas non aveva mai davvero considerato Marcy Bridges uno schianto prima di quel momento. Aveva i capelli castani chiari e una corporatura media, niente di appariscente o sexy…a parte forse la bocca. Quella grande bocca invitante di solito sembrava fuori posto su una donna tanto timida. O così aveva creduto. Lo aveva anche irritato, lo spreco di una tale bocca.

Adesso, con tutta quella pelle morbida, chiara, nuda, la bocca non sembrava affatto fuori posto.

Ma i grandi occhi verdi, che continuavano a lanciare occhiate nell’appartamento alle sue spalle, certo lo erano.

“Cosa c’è che non va?” chiese Tomas.

“Non riesco a trovare Palla di neve.” La voce di Marcy tremava. “Dobbiamo trovare Palla di neve!”

Palla di neve era la gattina bianca di Marcy. Tomas lo sapeva perché non aveva mai messo piede in quella casa senza ricevere, di persona o per iscritto, qualche avvertimento sul non lasciare scappare il piccolo demone peloso. Figurati se non era lei ad aver lasciato scappare il gatto, eccetto che…

D’accordo, Marcy aveva detto che qualunque cosa l’avesse spaventata era più grosso di un topo. “Il gatto è nell’armadio?” chiese Tomas.

Marcy si tappò la bocca con una mano e gemette.

 

Diciamo che di solito quell’uomo la preoccupava. Tomas Martinez vestiva come un motociclista. Portava i lunghi capelli scuri legati in una treccia che gli scendeva lungo la schiena. Gli occhi dorati, come quelli di una tigre, riuscivano sempre a sembrare allo stesso tempo annoiati e predatori, e Marcy non apprezzava nessuna delle due cose.

Ma aveva paure peggiori con cui fare i conti. L’armadio. La sua colpevolezza. E adesso, il peggio, il gatto.

Non Palla di neve. Non in quello strano fuoco.

“Non la vedo da quando sono uscita dalla doccia,” esclamò, zoppicando in fretta verso la camera da letto con Tomas alle calcagna. Quella gatta era la sua compagna di stanza, un’amica, la cosa più simile a un figlio che avesse. Dov’era? “Abbiamo giocato al tiro della tenda, le piace stare in equilibrio sul bordo della vasca e darmi colpetti attraverso la tenda, ma quando sono venuta qui…”

La camera da letto sembrava a posto.

Rallentò, piena di speranza nonostante la precedente finta. Si sporse perfino a dare un’aggiustata al copriletto. Forse l’aveva immaginato. Forse…

“Hey, signora.” Tomas afferrò Marcy per un braccio con una mano grande e calda, costringendola a fermarsi completamente o a cercare di trascinarlo di forza. Non avendo una sovrabbondanza di forza, si girò verso di lui. Sembrava solido come sempre, in qualche modo irritato, competente…e pericoloso. Per la prima volta in assoluto, Marcy si sentì sollevata dal fatto che sembrasse pericoloso.

Fuoco col fuoco e così via.

Lui disse, “Non che mi importi, ma ha notato che ha addosso solo un asciugamano?”

Oh. Davvero?

Marcy afferrò le estremità dell’asciugamano per tenerle più vicine, poi vide lo sguardo dorato del tuttofare, che sebbene ancora predatorio, sembrava decisamente meno annoiato o irritato. Una certa consapevolezza le strisciò lungo la spina dorsale, e non era per il freddo. La stava…?

“La mia gatta potrebbe essere all’inferno e lei si mette a scrutarmi?

“All’inferno?” ripeté Tomas Martinez senza capire. Non negò lo scrutamento. Infatti, continuò sfacciatamente a scrutare.

Marcy puntò il dito con fare drammatico verso l’anta dell’armadio, e l’asciugamano cominciò a scivolare. Lo afferrò poi puntò nuovamente il dito. “C’è qualcosa nel mio armadio e, ecco…” Un solo modo per dirlo. “Credo ci sia una specie di portale verso una dimensione infernale.”

Ci volle un bel po’ prima che Tomas riuscisse a distogliere lo sguardo dal pericoloso asciugamano e a girarsi verso l’armadio. Poi tornò a guardare Marcy, ancora più confuso e intrigato. “Per caso ha bevuto, o forse l’ho fatto io?”

Nessuno dei due!

Tomas fece un cenno indifferente con la testa, poi con calma andò verso l’anta dell’armadio e l’aprì.

Marcy chiuse gli occhi.

“Qui micio micio micio” disse Tomas, con il tono di voce di chi vuole catturare e mangiarsi il micio e non dargli qualche crocchetta o fargli un grattino sotto il mento.

Marcy riaprì gli occhi sussultando.

Vestiti riempivano l’armadio, appesi in modo ordinato su entrambi i lati. Una lungo mobile a sei cassettoni era appoggiato al muro interno sotto gli abiti più corti. Le scarpe erano appaiate sullo scaffale sopra.

Niente stava bruciando col fuoco della dannazione eterna.

Bene! Eccetto… “Non va bene” disse Marcy.

“Non va bene?” Tomas aprì di più l’anta per farle vedere. “Signorina Bridges, se questo è l’inferno, allora il signor Spic&Span deve essere il diavolo. Non che la gente non lo sospettasse già…”

Normalmente, Marcy sarebbe stata più sorpresa dal sorriso sornione del tuttofare, ma il suo senso dell’umorismo lo faceva sembrare meno pericoloso… e in qualche modo, un po’ di più. Adesso non aveva il tempo di essere sorpresa. Marcy si avvicinò zoppicando. “No. Voglio dire che non è come prima.”

Tomas alzò le spalle e si rigirò verso l’armadio. “Micio? Ehi, gatto. Gata. Porta il tuo sedere peloso qui.”

Marcy si portò dietro a Tomas, poi si sporse lentamente. Per favore, fa che Palla di neve non sia lì dentro. Per favore fa che sia un qualche tipo di allucinazione. Con la spalla nuda sfiorò il braccio di Tomas, e l’aria intorno a loro sembrò vacillare. Una lingua di fuoco vorticante apparse al centro dell’armadio. Divampò verso l’esterno in un cerchio fiammeggiante, facendosi più scura al centro…

¡Madre de dios!” Tomas tirò verso di sé Marcy e si girò come a proteggerla dal cerchio che si stava espandendo fino a diventare un tunnel. Le sue mani erano forti, le sue spalle larghe bloccavano la fiamma. Spinse entrambi lontani dall’armadio, ma la sua voce vacillò. “Che diavolo è quello?

Marcy non riusciva a rispondere. Stava guardando come tramortita uno stormo di creature dalle ali nere che stavano schizzando fuori dal portale nell’armadio, in mezzo al fumo, e volteggiavano per la stanza. Una incastrata nelle tende, si dibatteva con forza. Un’altra fece cadere una foto dal muro. Lasciavano nere scie fuligginose lungo le pareti e il soffitto.

Ancora una volta, Marcy udì la vibrazione della risata, profonda, malevola e inevitabile.

Arrenditi, sembrava dire. Manda via quello sciocco e arrenditi, rinuncia alla tua realtà, rinuncia a tutto…

Per me.

Lo sconfortò si abbatté su di lei, trascinandola giù, sommergendola…

Tomas sorprese Marcy con una bestemmia e prendendola sotto le braccia. I suoi pollici premevano sulla pelle, molto vicini al seno, sorreggendola. Marcy sbatté le palpebre, rendendosi conto che era stata sul punto di cadere ed era a metà strada dal pavimento, sorretta solo da Tomas.

Imbarazzata e disorientata, cercò di rimettersi in piedi mentre il tuttofare chiudeva con un calcio l’anta. Non le facilitò le cose trascinandola fuori dalla camera da letto e chiudendo con una spallata anche la porta.

Allora lasciò che si accasciasse sul pavimento di freddo linoleum, aprendo la stretta solo quando lei era al sicuro per terra. A Marcy non dispiaceva, specie con lui appoggiato di schiena contro la porta della camera da letto come a fermare qualunque cosa potesse uscirne. Dalla sua posizione privilegiata sul pavimento le sembrava perfino più imponente del solito. I suoi occhi sembravano selvaggi in più di un senso.

Cos’era quello?” domandò di nuovo Tomas.

“L’ha sentito anche lei?” Per favore dimmi che l’ha sentito anche lui.

“Sentito? Sentito cosa? Ha visto quella cosa? Cos’era?”

“Non lo so!” Cosa vera, Marcy non aveva avuto molto più tempo di Tomas per capire cosa stava succedendo. Quindi perché le sembrava di stare mentendo? “Ho lasciato Palla di neve in bagno, e ho aperto l’armadio… è successo.”

“Perché stamattina?” Ma non sembrava che si aspettasse una risposta, Tomas stava solo facendo congetture a voce alta. “Perché qui?”

Credo sia perché ho fatto un incantesimo. Doveva dirglielo. Lei faceva sempre la cosa giusta, ed eccolo qui Tomas Martinez come un qualche oscuro guerriero di strada tra lei e il pericolo; certo che doveva dirglielo. Aprì la bocca, prese un bel respiro…

E non riuscì a far uscire le parole.

“Io…” provò guardandolo dal pavimento, ma la gola le si chiuse. Quello che sapeva sulla magia era teoria New Age, forse le caratteristiche emozionali di certi colori, profumi, cristalli. Niente di ciò che aveva letto le faceva supporre che si potesse evocare qualcosa di tanto drammatico come qualunque cosa stesse volteggiando nell’armadio. Palla di neve era sparita. Il piede le faceva male. Adesso aveva messo in pericolo Tomas Martinez. E qualcosa di malvagio e definitivamente ultraterreno sembrava parlarle nella testa.

Poteva davvero essere colpa sua?

“Io…” provò ancora, poi sospirò sconfitta. Non poteva guardare quest’uomo e confessargli qualcosa di tanto grande. Non ancora. “Forse succede perché è il mio compleanno?”

Tomas la fissò con i suoi occhi da tigre. “Buon compleanno.”

“Grazie” sussurrò Marcy.

“Forse non è reale” disse lui con decisione, chiaro, meraviglioso. Se solo avesse ragione! “Stia qui.”

Tomas tornò in camera da letto, senza Marcy, per affrontare l’inferno uno contro uno.

 

La stanza sembrava normale quando Tomas chiuse la porta che lo divideva dalla cucina e dalla donna con la pelle morbida e con addosso solo un asciugamano. I grandi occhi di Marcy non lo irritavano più. Era lui a essere spaventato e probabilmente era stato molto più esposto all’occulto di una qualche ragazza bianca. Abbastanza da sapere che quello che avevano visto nell’armadio doveva essere in qualche modo un’illusione. Giusto?

La magia non funzionava in maniera tanto…drammatica.

Si prese tempo per dare un’occhiata alla semplice camera da letto di Marcy Bridges, in perlustrazione, si disse, non cercando di guadagnare tempo. A quanto pareva Marcy aveva perfino rifatto il letto prima di farsi la doccia. Il copriletto e i cuscini gialli erano abbinati con le tende a fiori della finestra, tende con niente attaccato. Diversi peluche disgustosamente carini stavano in fila sulle mensole, ma quelle erano le uniche creature, o finte creature, che vide.

Niente di scuro o erratico volteggiava per la stanza. Niente macchie nere o fuligginose sulle pareti.

“Non reale,” borbottò, dicendo le parole ad alta voce per maggior enfasi, o forse per maggior potere…ma non così forte perché Marcy rientrasse.

Almeno non fino a quando non avesse avuto un incontro faccia a faccia con quell’armadio, tanto per andare sul sicuro.

Tomas non aveva mentito alla vecchia signora Roberts sulle celebrazioni del Dia de los Muertes. Le tradizioni ispaniche avevano la loro parte di misticismo. Sua nonna si considerava una abruja, una strega, con tanto di amuleti, incantesimi, perfino l’occasionale maledizione.

Tomas aveva accettato che le cose stavano così, eccetto per il fatto che sua nonna insisteva a dire che lui era in qualche modo sensibile. Dopo tutto nessun uomo sano di mente aspira ad essere sensibile. Un duro, certo. Macho.

Non sensibile.

Quindi era stato abbastanza a contatto con le superstizioni e gli amuleti della sua abuela per sapere che perfino ciò che lei considerava magia probabilmente non aveva lo stesso livello di aggressività di ciò che c’era nell’armadio di Marcy. Quindi, in quell’armadio non c’era nulla.

Ma qualcosa di sicuro li induceva a pensare che ci fosse.

Tomas considerò la faccenda e annusò l’aria. Nessuna strana esalazione allucinogena.

Raccolse l’estintore che giaceva a terra vicino all’armadio, non si sa mai. Provò a toccare la maniglia e l’anta, come i vigili del fuoco insegnano ai bambini di terza elementare insieme a buttati a terra e rotola. Annusò di nuovo l’aria, questa volta per il fumo. Nada.

Aprì l’anta e si calmò. Niente nell’armadio tranne la roba che sta negli armadi…incluso, Tomas notò con sorpresa a un’ispezione più accurata, un provocante vestito rosso con ancora il cartellino del prezzo attaccato. Mai messo, ma almeno c’era. Alzò le sopracciglia, sempre più intrigato da Marcy Bridges.

Tanto per andare sul sicuro, comunque, completò il rituale di protezione che la sua abuela aveva insegnato a lui e ai suoi fratelli insieme alle buone maniere da tenere a tavola. Si fece il segno della croce tre volte, mormorò una veloce Ave Maria , poi allungò la mano e disegnò una croce invisibile all’entrata dell’armadio.

Tomas non andava in chiesa da anni ma è sorprendente quello che un uomo riesce a ricordare.

“Non sei nulla qui” disse rivolto verso l’armadio. “Vade retro

Il più debole dei sibili lo mise sull’avviso. Fiamme scoppiarono verso l’esterno. Tomas fece un salto all’indietro, lontano dall’armadio, e atterrò con una capriola, l’estintore ancora stretto in mano. Rotolò sulle ginocchia, trovando l’equilibrio con una mano sola, puntò la bocchetta dell’estintore verso l’armadio e ansimò.

Niente. O meglio, niente di insolito. Solo vestiti.

Quindi, quale parte era reale?

“Sta bene?” chiese Marcy attraverso la porta.

No. Non sarebbe stato bene fino a quando non avesse saputo che diavolo stava succedendo. “Stia lì fuori”, replicò alzandosi in piedi. Non voleva ancora essere distratto da tutta quella pelle chiara e liscia. Nessun dannato armadio poteva avere la meglio su di lui.

“Non sei reale” intimò e spruzzo un po’ di schiuma bianca nel mezzo dell’armadio pulito e ordinato.

Prima ancora di raggiungere i vestiti, la schiuma sfrigolò ed evaporò, come se avesse toccato qualcosa di insopportabilmente caldo.

Tomas fece un piccolo passo indietro, si fece il segno della croce più per questione d’istinto che di rituale. “Ho detto, non sei reale

Qualcosa rise. Lei è mia, avvertì la voce…ma in verità non c’era nessuna voce. Anche se aveva capito le parole, Tomas sapeva di non averle sentite. Non con le orecchie.

Ma erano nella sua testa, echeggiando come se fossero state urlate.

Mentre stava lì a fissare, una lingua di fuoco apparse nel bel mezzo dell’armadio. Si allargò fino a formare un cerchio, poi un tunnel, girando sempre più velocemente, come la volta prima…

Ma poi si scagliò verso di lui.

Tomas tirò l’estintore verso la fiamma, e la bombola sparì lungo il tunnel di fuoco e fumo come se fosse stata aspirata. Tomas si nascose dietro l’anta dell’armadio, chiudendola prima che il calore potesse fare altri danni, trattenendo un urlo quando una lingua di fuoco gli sfiorò la mano sinistra.

Portò la bruciatura alla bocca, poi guardò la mano. Sì, c’era proprio una bruciatura. Non importa quello che voleva credere, tutto questo era dolorosamente reale.

Si girò di scatto, spaventato, quando la porta della camera da letto si aprì e Marcy fece capolino dalla cucina. “Oh” disse lei piano, infelice.

Guardandosi ancora intorno, Tomas adesso poteva vedere il danno alla stanza che il suo bisogno di normalità gli aveva nascosto solo momenti prima. Sopraesposto alla stanza pulita come una specchio, segni di bruciature imbrattavano le pareti e il soffitto. Squarci rovinavano le tende gialle. Più a lungo guardava più velocemente la normalità spariva da quella sua nuova realtà. Un odore sulfureo gli bruciava la gola e i polmoni, il dolore intenso come quello alla mano, e diverse cose ultraterrene, tipo lucertole rosse e nere, stavano acquattate negli angoli e su una delle colonne del letto a baldacchino.

Salamandre?

A Chicago?

“È ferito” Marcy fece un passo nella camera da letto ma Tomas la intercettò rapidamente, e la spinse fuori a spallate verso la cucina.

“È una follia” Tomas richiuse la porta con un calcio. Desiderava che la sua abuela fosse lì con lui, davvero lì, così da poterle dire che adesso stava finalmente prendendo sul serio la magia…e forse avere un po’ d’aiuto!

“Sta succedendo qualcosa di pazzesco.”

“È ferito.” Marcy tirò l’asciugamano più su, aprì il freezer e prese una busta di piselli surgelati per premerla sulla mano bruciata di Tomas. “L’ha ferita

“Quella dannata cosa è reale dopotutto” ammise Tomas, notando a mala pena la mano.

Ma notò Marcy che sollevò un piede e si mise sulla punta dell’altro per prendere da un armadietto quello doveva essere il più grande kit di pronto soccorso che Tomas avesse mai visto fuori da un’ambulanza. La realtà poteva anche avergli fatto un brutto scherzo in camera da letto…ma anche qui in cucina qualcosa stava cambiando.

E nessuna bruciatura poteva trattenerlo da apprezzare quelle lunghe gambe scoperte o le dita di questa donna su di lui.

“Dovremmo uscire di qui” mormorò Tomas.

Gentili dita guaritrici, attaccate a lunghe braccia nude…e chiare spalle tondeggianti…e la curva dei seni, a mala pena nascosti sotto l’asciugamano di spugna rosa…

Il modo in cui Marcy diede un’occhiata al danno sotto la busta dei piselli, facendo una smorfia di dolore per quello che era poco più grave di una scottatura, non fece che confermare la sua gentilezza. Così come il sorprendente e deciso “Non lascerò la mia gatta”

Adesso che stava spruzzando un rinfrescante prodotto per le bruciature sulla sua mano, per poi soffiarci sopra, gentile era attraente in modo inaspettato. Alzando i chiari occhi verdi su di lui, dita sul polso, Marcy non sembrava avere più così paura di lui. Aveva creduto che fosse irritante prima?

Aveva un buon profumo. Di pulito. Nuda.

Stavano molto vicini l’una all’altro, insieme contro qualunque cose stesse in agguato nell’armadio. Insieme nel pericolo. Insieme in questa nuova stramba realtà. Insieme nella consapevolezza, mentre lui si sporgeva verso di lei, calore umano a calore umano, respiro a respiro…

“MROWRM!”

Con un grido di gioia, Marcy Bridges si girò di scatto allontanandosi da Tomas.

 

Marcy riconobbe quel miagolio proveniente da sopra la sua testa. Era il miagolio di Palla di neve che chiamava “Mamma!”, quello che usava quando si era arrampicata su un albero e non riusciva più a scendere, o quando Marcy tornava dopo un lungo fine settimana fuori casa, o quando qualcuno che non le piaceva disturbava la loro casa. La gatta, chiaramente agitata, prolungò il miagolio come fossero due sillabe “MRO-WUM!”

“Palla di neve!”. Girandosi verso il richiamo era un istinto ancor più ingranato di qualunque cosa l’avesse costretta a guardare negli occhi da tigre di Tomas Martinez e …

E niente. Naturalmente niente. La cosa importante era che Palla di neve stava bene, accucciata sopra il frigo, gli occhi verdi dilatati in accusa, il pelo bianco rizzato sulla schiena. Marcy allungò una mano verso la gatta e Palla di neve completò il rituale annusando delicatamente, assicurandosi che Marcy fosse chi sembrava essere.

MROWR!” si lamentò la gatta di dispiacere, aprendo la bocca fino a mostrare la maggior parte dei bianchi denti affilati.

“Oh povera piccola” Marcy si allungò per prendere Palla di neve e portò il caldo e morbido corpo peloso della gatta al petto avvolto nell’asciugamano. “Sei stata lassù tutto il tempo? Ero così spaventata!”

L’asciugamano cominciò a scivolare. Marcy lo riprese. Palla di neve la aiutò. Marcy non era una sostenitrice della pratica di togliere le unghie ai gatti.

“La mamma era così spaventata per la sua bambina” mormorò, baciando la liscia testa di Palla di neve prima che la gatta si rintanasse nell’incavo del suo braccio, come faceva quando andavano dal veterinario. Marcy era così sollevata che non le importava se Tomas la sentiva parlare alla gatta come a un bambino, o se si riferiva a se stessa in terza persona. “Era così spaventata”

“La mamma dovrebbe essere spaventata” le ricordò Tomas, allontanandosi finalmente dalla porta della camera da letto. O pensava che niente sarebbe venuto fuori o pensava che qualcosa stava per farlo. “La mamma ha un portale per l’inferno nell’armadio!”

Marcy si sentì più sana di mente sentendo che anche Tomas pensava ci fosse un portale per l’inferno. Dare il nome a qualcosa dà potere, giusto? Almeno era quello che dicevano i suoi libri di magia…

Allora si ricordò che non doveva per forza fidarsi dei suoi libri di magia. “Sembrava anche a me ma non ne ero sicura…voglio dire, come è potuto accadere?”

“Non posso aggiustare l’inferno” disse Tomas.

No, Marcy non pensava che potesse, non importa quanto fornita fosse la sua cassetta degli attrezzi. Non avrebbe dovuto chiamarlo, coinvolgerlo, rischiare che si ferisse.

Eppure era così contenta che fosse lì. Per quanto sollevata fosse a riavere Palla di neve tra le braccia, per grattarla piano tra le orecchie, per sentirla fare le fuse nel tentativo di confortare entrambe, Marcy era altrettanto sollevata a non essere sola in cucina, nell’appartamento, nel dilemma. Anche se era una persona orribile ad aver coinvolto Tomas, anche se in qualche modo si stava dannando-

-di più-

-era così felice di averlo lì con lei che avrebbe potuto piangere per il sollievo.

Se era fortunata avrebbe potuto piangere sulla spalla di Tomas. Era davvero una spalla notevole.

Anche meglio fu quando, con un solo cenno del capo, Tomas prese il comando.

“Andiamo” disse con decisione, dirigendosi verso la porta dell’appartamento.

Marcy lo seguì volentieri, mettendo più peso sul piede infortunato. “Dove andiamo?”

“A casa mia”

In altre circostanze, Marcy avrebbe esitato. Non è che conoscesse molto bene quest’uomo, e quello che sapeva la preoccupava. Cosa rendeva il suo appartamento sicuro?

Ma certo! La mancanza di portali per l’inferno.

Tomas la fermò nel tinello “Aspetti”

Questo dava meno sicurezza. Marcy voleva credere che lui fosse in grado di stare al comando. “Che c’è?”

“Ha solo un asciugamano addosso” Il suo sguardo le scivolò lungo il corpo come un ulteriore, lungo promemoria. “Per quel che mi riguarda, non ho lamentele da fare. Gli altri inquilini…non c’è bisogno di aumentare i sospetti che già potrebbero avere, se sa cosa voglio dire”

Marcy lo fissò mentre Palla di neve si rintanava sempre di più tra il braccio e l’asciugamano, facendo le fusa in modo convulso. Anche la gatta voleva andarsene. “Non so di cosa stia parlando”

“Reputazioni?” disse Tomas come un’insegnante che cerca di portare uno studente alla risposta di una semplice domanda. “Sospetti su quello che la gente potrebbe fare…”

“Oh! Vuol dire il fatto che pensano che lei sia un delinquente?”

Tomas si accigliò. I suoi occhi da tigre si strinsero e le labbra si fecero sottili. Lo stomaco di Marcy fece le capriole. Fin tanto che Tomas era dalla sua parte, non le importava di quello sguardo assassino, ma se fosse passato dall’altra parte, o se avesse cominciato ad avere fame, allora lei sarebbe stata nei guai.

“La gente pensa che io sa un delinquente?” disse Tomas

“Non stava parlando di quello?”

“Parlavo della sua reputazione, signorina troppo tranquilla che sta sempre per i fatti suoi”

Marcy rimase a fissarlo. Palla di neve tra le sue braccia continuava a fare le fusa.

“Signorina sta combinando qualcosa” aggiunse Tomas “Signorina non porta mai nessuno a casa”

“Mi ha spiato?” L’unica cosa più sconvolgente di quell’idea era il momentaneo, scorretto brivido di piacere che la accompagnò. Tomas era interessato a lei? Peccato che fosse un guardone.

“Come ha potuto spiarmi?”

“Non l’ho spiata. Il signor Gilbert qui di fronte la spia, e così fa la signora Roberts di sotto, quindi farebbe meglio a mettersi addosso qualcosa di diverso da un asciugamano prima di venir via con me.” Tomas si accigliò. “Chi pensa che sia un delinquente?”

“Ah…nessuno?” Marcy non avrebbe menzionato la signorina Hurt del secondo piano anche se la signorina Hurt era davvero insopportabile riguardo le cassette delle lettere. A meno che Tomas non ricorresse alla tortura per sapere i nomi. “Comunque, non posso mettermi niente altro”

“Perché no?”

Con fare drammatico, Marcy si girò, allungò il braccio senza gatta e disegnò grandi cerchi invisibili in direzione della porta della camera da letto. “Pronto? Portale per la dannazione nell’armadio?

“Non ha altri vestiti…?” Evidentemente Tomas si era ricordato della cassettiera nell’armadio. “Chi diavolo tiene tutti i vestiti in un solo armadio?”

“Ho preso l’idea da un articolo sulla rivista Living” protestò Marcy. “Per far spazio nella camera da letto e renderla più ariosa”

Tomas la guardò a occhi socchiusi, chiaramente non informato su tutte le riviste di arredamento.

“Quello di Martha Stewart” chiarì Marcy.

“Come il signor Spic&Span” borbottò Tomas.

“Non può dare la colpa di tutto questo a…”

Marcy smise di parlare mentre Tomas Martinez cominciò a svestirsi, proprio lì nel suo tinello. Wow.

Si sfilò il gilet di pelle nera, facendo attenzione alla mano ferita, poi cominciò a tirare la t-shirt fuori dai jeans. Marcy rimase completamente immobile, a parte il lento affondare di ogni cellula del suo corpo, che si scioglieva come calda melassa da qualche parte al di sotto del suo stomaco.

Da qualche parte. Certo.

Tirò su la maglietta e aveva certi addominali. Certi muscoli. Un torace che sarebbe stato bene su un calendario di spogliarellisti. Spalle. Bicipiti da uomo di fatica, e il tutto di un bel colore caldo come la migliore della abbronzature… Marcy si sentiva sciogliere sempre di più…

L’incantesimo della bellezza di Tomas si infranse solo quando il colletto della maglietta si incastrò per un momento sulla testa, come il velo di una suora. Tomas Martinez sarà stato sexy da morire ma suor Tomas…

In quel momento di tregua, Marcy riuscì a formare le parole “Che cosa sta facendo?”

“La mia maglietta dovrebbe essere abbastanza lunga” spiegò Tomas porgendogliela. La treccia si era un po’ disfatta e qualche ciocca gli accarezzava le guance e gli solleticava il collo. Quello e il suo torso nudo più che compensarono l’immagine della suora. “La metta”

Adesso le stava dando la sua maglietta?

“Non posso”. Marcy non riuscì a muoversi e non solo per l’asciugamano in equilibrio precario, la gatta che continuava a fare le fusa, e nemmeno per la sensazione di calore. Tomas sembrava così…bronzeo. Mezzo nudo. Aveva un qualche disegno tatuato intorno al polso sinistro. E odorava di qualcosa di ricco e terreno e appena un po’ speziato.

Pensare divenne all’improvviso difficile.

Pericoloso.

“Qui” sbuffò Tomas prendendo la gatta per darle la maglietta.

Marcy allungò una mano per fermarlo, Palla di neve odiava gli estranei! Ma la gatta si era già voltata: Palla di neve ringhiò e si dimenò, emise un sibilo e piantò le unghie sul bel braccio nudo di Tomas.

Tomas strizzò gli occhi e sibilò a sua volta come un grosso felino.

Palla di neve tirò indietro le orecchie ma rimase seduta ferma, imbronciata, facendo le fusa per consolarsi.

Marcy studiò le parole in spagnolo sulla maglietta, cercando di non dar a vedere che stava annusando l’odore di Tomas. “Che c’è scritto?”

“Forse è meglio se la indossa al contrario” Sembrava un po’ imbarazzato.

Così gli diede le spalle e respirando a fondo la indossò. Solo dopo essersi assicurata che la maglietta la copriva fino a metà coscia, si tolse l’asciugamano, lasciando cadere il telo di spugna color pesca.

Strano…Marcy si sentiva più nuda con addosso solo la maglietta. Ma Tomas aveva ragione. Non dovevano rimanere lì più del necessario. Fino a quando non avessero saputo cosa fare.

Quando si rigirò per riprendere Palla di neve, Marcy si rese conto che qualcosa era cambiato. Le energie nella stanza erano cambiate, e Tomas sembrava più pericoloso che mai.

“Prenda anche il libro” ringhiò, con un cenno verso il tavolino. Nel panico per l’assenza della gatta, Marcy si era dimenticata di farlo sparire. Evidentemente Tomas aveva appena notato Magia per principianti.

Oh.

Marcy non era sicura se il senso di presentimento fosse dato dal fatto che era stata una sciocca a nascondere l’incantesimo a Tomas o perché l’immediata supposizione di Tomas rispecchiava le sue peggiori paure.

Qualunque cosa stesse succedendo poteva essere davvero colpa sua per aver giocato con la magia.

Questo la spaventava più della voce, quella specie di voce che si annidava nella sua testa mentre lei e il tuttofare lasciavano l’appartamento.

Non puoi scappare da nessuna parte, sembrava dire. Sono ovunque.

E tu sei mia.

 

Parte II

 

E così la signorina per benino era un’aspirante strega. Era l’unica conclusione che Tomas poteva trarre dopo aver notato il libro in edizione economica, dato che Magia per principianti non era esattamente il tipo di tomo polveroso e scritto a mano che aveva visto qualche volta a casa della sua abuela.

Grandioso.

La cosa che lo infastidiva di più era che, chiaramente, Marcy non ci sapeva neanche fare. Se fosse stata un’esperta patrocinante di magia, almeno ne avrebbe potuto ammirare la competenza. Ma l’idea che avesse potuto starsene lì seduta in tinello cercando scioccamente di evocare Dio solo sa cosa, per il cielo solo sa quali scopi…

Ce ne era quasi abbastanza per distrarlo dalla bocca preoccupata di Marcy.

Ma certo non abbastanza per distrarlo dal quelle gambe.

Con addosso la sua maglietta e niente altro, Marcy dava l’impressione di essere appena scesa dal letto. Dopo aver fatto sesso. Con lui. Avrebbe dovuto essere tanto fortunato, con quelle gambe…

Strega, mise in guardia se stesso. Ma la sua abuela era stata una strega.

Che evoca portali per l’inferno, rammentò a se stesso, cosa che l’aiutò a mantenere le distanze.

“Dovremmo avvertire il signor Gilbert?” chiese Marcy, saltellando da un piede all’altro mentre aspettavano il vecchio ascensore rumoroso. Tomas le aveva restituito quel demone di gatta quanto più in fretta avesse potuto, e Marcy se la teneva stretta al petto. Adesso aveva lo sguardo rivolto verso gli altri appartamenti sul suo piano. I suoi movimenti avevano tirato su la maglietta in modo peccaminoso. “O i Kendalls?”

“Avvertirli di cosa?”

“Qualunque cosa ci sia nel mio armadio! Se il fuoco si propaga…”

“Non è un vero fuoco”

Quando lei guardò la mano bendata, Tomas specificò “Possiamo far finta fin che vogliamo, ma sappiamo entrambi che è qualcosa di magico. E ce l’ha con lei, non con loro.”

Ancora con lo sguardo fisso sulla mano ferita, Marcy alzò le sopracciglia e sul viso le si disegnò una espressione testarda. C’erano delle volte in cui Tomas aveva la sensazione che Marcy avesse più coraggio di quanto lasciasse a vedere. Ma la sensazione era di solito passeggera.

“Mi sono messo in mezzo” disse Tomas.

“Ma dovremmo dire qualcosa. Se qualcuno dovesse farsi male per colpa mia…”

D’accordo. Dato che l’ascensore era tanto lento, Tomas andò a bussare a ogni porta. Nessuno in casa da una parte. Nessuno in casa dall’altra. Che il cielo sia ringraziato per i sabati. Il terzo appartamento era libero, bene. Tomas prese dalla cassetta degli attrezzi alcuni cartelli “Disinfestazione: Vietato l’ingresso” e li appese alle porte. Fatto.

Marcy lo guardò quasi con soggezione. Tomas non sapeva il perché ma la cosa lo disturbava. Non si aspettava che fosse il buono della situazione, vero? Era capace di aggiustare quello che c’era da aggiustare, certo…

Ma Tomas aveva le sue ragioni, le sue responsabilità.

Alla fine il vecchio ascensore fece la sua comparsa con un brontolio e rimase lì, in attesa che qualcuno aprisse le grate.

“In caso d’incendio” mormorò Marcy. Tomas pensò che forse Marcy memorizzava tutti quei consigli sulla sicurezza per divertimento. Ma guardando l’interno chiuso dell’ascensore, così simile a un armadio, fu d’accordo con lei.

“Scale” dissero all’unisono. Ma quando lei si attardò, fronte corrugata, come se l’ascensore potesse divorare degli innocenti se lasciato incustodito, Tomas infilò una mano all’interno e lo fermò. Un altro cartello preso dalla cassetta degli attrezzi da appendere alla porta interna, Fuori Servizio, ed erano a posto.

Solo dopo essere arrivati al suo appartamento al primo piano, un posto decisamente più disordinato di quello di Marcy, Tomas affrontò la sua più timida inquilina riguardo la magia.

“Che cosa ha evocato?” chiese, tornando dalla camera da letto con in mano un’altra maglietta.

“Ha qualche animale domestico?” chiese Marcy.

Tomas la fissò, completamente confuso. Se aveva fatto apparire quella cosa nell’armadio come animale da compagnia, stava senza dubbio contravvenendo alle regole del condominio!

Marcy disse “Se ha qualche animale domestico, dovrei mettere Palla di neve in bagno così non ci saranno problemi”

Problemi? Al contrario di casa sua?

“Non ho animali domestici” replicò Tomas a denti stretti, così con riluttanza Marcy mise giù la gatta, zampe anteriori in avanti. La gatta si accucciò subito ad esaminare quel nuovo ambiente con i grandi occhi verdi, poi si stiracchiò e annusò con delicatezza la bottiglia di birra vuota sul pavimento. Quindi fissò Tomas con sguardo torvo.

Infilandosi la nuova maglietta, Tomas rifiutò di sentirsi in colpa per il disordine. Non si era aspettato di avere ospiti. Paragonato al pasticcio magico che la signorina Bridges aveva combinato, un po’ di cianfrusaglie in giro che importanza avevano…anche se la sua abuela avrebbe disapprovato entrambi i tipi di disordine. La pulizia porta più vicino a Dio e così via.

Tomas non pensava di riuscire ad avvicinare Dio in un prossimo futuro in nessuno dei due casi. “Ha evocato qualcosa fuori dal libro, giusto?”

“Continua a dirlo” Sembrava imbarazzata. “Ho fatto un incantesimo, ma non ho evocato nulla”

Certo. Era solo una coincidenza che lei stesse praticando della magia appena prima che un portale per l’inferno si aprisse nel suo armadio. “Che tipo di incantesimo?”

“Credo lo possa chiamare un incantesimo di direzione. Volevo avere qualche chiarimento sulla mia vita, dove sono stata, dove sto andando. La rimpatriata dei dieci anni dal diploma è stata ieri sera” aggiunse, e per un momento Tomas pensò che non avrebbe detto altro. “È stato così strano vedere quanto in alto sono arrivati alcuni miei compagni. Alcuni hanno carriere prestigiose, e la maggior parte sono sposati. Alcuni sono già perfino morti! Alcuni sembrano fermi al passato e non volevo ridurmi come loro. Mi ha fatto pensare…e visto che sto leggendo libri di magia da un po’ ho deciso di provare un incantesimo”

Con la fronte aggrottata Tomas le prese il libro dalle mani “Quale…?”

La pagina era evidenziata con un post-it rosa. Niente roba tipo occhio di tritone o zampa di rospo. Sulla copertina lucida c’erano tre ragazze carine di diverse origini etniche che sorridevano come a dire che anche i maghi principianti possono trovare la felicità e un bel aspetto se solo volessero sganciare $14.95 per il libro.

La presentazione da grande magazzino era davvero bizzarra. Tomas immaginava Marcy mentre cercava di decidere se prendere un nuovo DVD con Russel Crowe o un libro di incantesimi. Quella proprio non era la magia di sua nonna.

Ma quello l’aveva capito appena aveva visto il portale.

Aprì il libro alla pagina indicata. Lettere maiuscole in uno stile sgargiante affermavano: Sollevare la Nebbia, Un Incantesimo per fare Chiarezza.

“È questo l’incantesimo che ha fatto?” domandò Tomas.

Marcy annuì con aria imbarazzata ma convinta. “Ho fatto esattamente come diceva”

Tomas cominciò a leggere. Non che fosse un esperto ma poteva fare qualche congettura. Chi lo sa? Forse, se la sua abuela era davvero una abruja, invece di essere solo inquietante ed eccentrica, allora poteva avere anche lui la magia nel sangue. Forse aveva un talento per capire quel genere di cose.

Una pagina dopo, Tomas aveva scartato quella teoria. “Non ci capisco niente”

Marcy, che si era seduta in un angolo del divano per accarezzare quel diavolo bianco della sua gatta, sembrava sollevata di avere una ragione per guardarlo dritto negli occhi invece di continuare a lanciargli occhiatine imbarazzate. “Cosa c’è da non capire? Accendere le candele, recitare la formula, bruciare il foglio di carta. Poi si aspetta il segno”

Gli occhi di Marcy sembravano particolarmente grandi e vulnerabili quando aggiunse “Forse qualunque cosa ci sia nell’armadio è il mio segno”

Tomas girò una pagina e vide il titolo di un altro incantesimo: Magia per Incoraggiare l’Ottimismo. Dopo quello c’era Richiamare l’Amore nella propria Vita e così via. Ritornò alla pagina dell’Incantesimo per la Chiarezza. “Questo è tutto?”

Marcy si allungò un po’ per dare un’occhiata al libro. La gatta, infastidita, saltò giù senza rumore e si infilò sotto il divano in protesta. “Sì”

“Ha fatto questo incantesimo”

Lo sguardo di Marcy divenne diffidente, come se la stupidità di Tomas la preoccupasse. “Ah, ah”

“Come ha potuto evocare qualcosa con questo? Fa chiedere protezione, poi di vedere più chiaramente, e questo è tutto. C’è da dire per il bene di tutti almeno tre volte!”

“Ah, ah”

“Questa non è magia. È come un episodio di Oprah !”

Marcy piegò la testa da un lato, sempre più sospettosa. “E lei conosce la differenza?”

A Tomas venne in mente che per quanto sospettoso fosse stato lui pochi minuti prima, Marcy lo sarebbe stata due volte di più se avesse saputo del suo particolare ambiente famigliare. “Mia madre guarda Oprah” svicolò.

“E la parte sulla magia?”

Tomas bestemmiò, cosa che fece riappoggiare Marcy ai cuscini del divano. Marcy Bridges aveva già paura di lui, giusto? Forse era meglio se le cose continuavano così. “Lasci perdere la magia. Stia qui, si senta libera di prendere dei vestiti dalla cassettiera. Stia lontana dai guai. Tornerò appena avrò finito”

“Finito cosa? Dove sta andando?” Forse non era poi così timida come aveva pensato.

Prendendo la giacca di pelle appesa vicino alla porta, Tomas disse “Farò tutto quanto sarà necessario per sistemare questa faccenda”

 

Marcy guardò aggrottata la porta chiusa da dove Tomas era sparito. Beh, certo era uno che aveva fiducia nelle proprie capacità.

Poi si accigliò con se stessa. La fiducia di Tomas era una buona cosa, no?

Non aveva voluto che qualcuno risolvesse la situazione? Così come aveva voluto che qualcuno, qualcosa, le dicesse dove stava andando nella vita. La vita è più semplice quando si ricevono informazioni, protezione e convalide da fonti esterne.

Quindi perché si sentiva tanto insoddisfatta?

Non importava, si sentiva davvero così. Doveva esserci qualcosa che lei avrebbe dovuto fare, specialmente se era tutta colpa sua per aver fatto quell’incantesimo.

Tomas non crede che sia stato il tuo incantesimo la causa di tutto questo. Quel pensiero, più di qualunque altra cosa, le regalò il primo vero senso di sollievo che aveva provato da quando aveva trovato Palla di neve.

Ma Tomas potrebbe non sapere tutto. Giusto?

E se invece lo sa…Marcy doveva chiedersi dove l’aveva imparato.

 

Tomas aveva indossato il casco, era montato sulla sua Harley e aveva percorso quasi due chilometri prima che le guglie alla fine dell’isolato gli mostrassero dove si era d’istinto diretto.

La realizzazione lo sorprese così tanto che girò nel parcheggio più vicino e spense il motore, posando a terra i piedi calzati negli stivali. D’accordo, forse stava volando alla cieca, qui. Una cosa era lasciare credere a Marcy che sapeva quello che stava facendo con la faccenda del portale per l’inferno. Un’altra era saperlo davvero.

Ma questo?

La sua abuela era stata la patrocinante di magia, non lui. E lei non era più in grado di ascoltare. Quindi, Tomas si era automaticamente diretto dove l’istinto gli diceva che avrebbe potuto trovare aiuto.

Nostra Signora della Serenità. La chiesa cattolica più vicina.

Tomas bestemmiò. Era stato cresciuto da cattolico, aveva fatto la prima Comunione e perfino la Cresima. Ma dopo aver lasciato la casa dei suoi genitori, aveva perso l’abitudine di andare a messa con regolarità, e non parliamo della confessione. Aveva creduto di aver abbandonato anche l’intero complesso credo…Beh, la maggior parte.

Ed eccolo qui, a correre da un prete al primo problema.

A parte il fatto che questo non era il solito problema. Non si stava parlando di una multa, o di una notte in galera, e nemmeno di aver messo incinta una ragazza, cosa che Tomas avrebbe preso dannatamente sul serio. Qui si stava parlando di un qualche tipo di portale ultraterreno con tanto di fuoco e zolfo! Qui si stava parlando di una profonda voce incorporea che poteva solo essere demoniaca.

Se questo non meritava un intervento divino, allora Tomas non sapeva cosa lo meritasse.

Ma comunque…una chiesa? No.

Rimettendo in moto, Tomas fece inversione e andò nella direzione opposta, verso i vecchi sobborghi, fino a raggiungere la casa dei suoi nonni. Una volta era stata una bella casa, più o meno dopo la seconda guerra mondiale. Oggi mostrava la sua età e aveva un’aria malconcia che né le sue continue riparazioni né una mano di vernice fresca potevano nascondere.

Ma almeno il posto era pagato. Diversamente da un certo condominio di sua conoscenza.

Suo nonno, spalle curve e luminosi occhi scuri, era in piedi dietro la porta, in attesa, quando Tomas raggiunse il vialetto. “Non è ancora lunedì. Non siamo pronti per lunedì.”

Lunedì, primo novembre, era il Dia de los Muertes. La famiglia avrebbe davvero fatto visita al cimitero con i cibi tradizionali e le candele. Tomas non aveva mentito a quel proposito.

“Lo so, Poppi” Tomas si piegò per baciare il vecchio sulla guancia rugosa. “È sabato. Ho solo bisogno di parlare con Nani di una cosa”

Poppi alzò le sopracciglia. “Che succede?”

“Lo so”, insistette Tomas, entrando in tinello dove, come c’era da aspettarsi, la sua abuela dai capelli bianchi stava seduta sulla sedia a dondolo di fronte a una soap opera spagnola. “Ma non ero sicuro di dove altro andare”

Bugia. Sarebbe potuto andare alla Nostra Signora della Serenità, o in qualunque altra chiesa cattolica lungo il tragitto.

Hola, Nani” salutò Tomas, baciandola e inginocchiandosi accanto alla sua sedia come aveva fatto per tutta la vita. “Come stai oggi?”

Nani non lo guardò nemmeno. Sorrise e continuò a dondolarsi, così come aveva fatto negli ultimi tre anni.

Entrando dietro di lui, Poppi chiese “Cosa c’è di tanto importante da seccare la tua abuela?”

Tomas fece finta di non aver sentito, sua nonna non dava certo l’impressione di essere seccata. “Nani, sono Tomas. Il figlio maggiore di Mano. Non so se puoi sentirmi ma ho bisogno di chiederti una cosa.”

Lei sorrise e continuò a dondolarsi.

Tomas le prese la fragile mano scura, la fede avvolta col nastro adesivo perché restasse al suo posto. “Nani, eri davvero una abruja? Praticavi davvero la magia?”

Poppi bestemmiò in spagnolo e si sedette sulla sua poltrona. Almeno adesso sembrava interessato.

“Ho bisogno di saperlo perché uno degli inquilini nel mio condominio ha un problema, Nani. Un problema di magia. Credo si tratti di un diablero.”

Per un momento Tomas pensò che sua nonna non avesse sentito una parola. Poi, sempre sorridendo e dondolando, Nani sollevò la mano destra verso la fronte. Poi verso il cuore. Poi verso la spalla sinistra.

Stava facendo il segno della croce.

“Sì,” disse Tomas. “Un diablero. E ho bisogno di sapere cosa fare.”

Nani finì la benedizione contro il male e lasciò cadere la mano in grembo, ancora dondolando. Ancora sorridendo.

“Ti ha appena detto cosa fare,” disse Poppi a bassa voce.

Tomas lo guardò, confuso.

“Prega,” disse suo nonno.

“Ma ci deve essere qualcos’altro. Questo non è…non credo questo sia un tipo di magia religiosa.”

“Tomasito.” Poppi scosse la testa, neanche turbato all’idea di diableros e magia. “Lei era una abruja. Il suo potere veniva dalla Vergine Maria. Questo è l’unico tipo di magia che avrebbe potuto darti, anche prima.”

E da quello che Tomas ricordava della magia di sua nonna, era vero. C’erano stati amuleti, sì, e consigli su quando accendere candele e quando girare tre volte a occhi chiusi. Ma il tutto era sempre stato accompagnato dalle preghiere e dalla recita del rosario.

Tomas lasciò ciondolare la testa in qualcosa che sembrava parte sconfitta e parte speranza.

E Nostra Signora della Serenità sia.

 

D’accordo, questo era strano.

Marcy si fermò nel bel mezzo del suo raid tra i vestiti di Tomas Martinez per una verifica della realtà. Aveva un qualche magico portale nell’armadio e pensava che rovistare tra i vestiti di un uomo fosse strano? A confronto questo era Disney World.

“Tanto vale fare una visitina a Fantasilandia” mormorò attraverso la porta a Palla di neve, che era uscita da sotto il divano solo dopo che Tomas se ne era andato. Adesso la gatta era seduta su una piccola catasta di giornali, intenta a leccarsi il fianco come se cercasse di ripulirsi dal tocco dell’uomo.

Un qualche tipo di profumo pungente persisteva nella camera da letto di Tomas, lo stesso profumo che Marcy aveva apprezzato sulla sua maglietta. Dopobarba, cologna, sapone, o semplicemente lui? Le pesanti tende marroni erano chiuse, gettando l’intera stanza nella penombra, ma quando Marcy accese la luce, vide che la stanza era dominata da un grande letto disfatto.

Quindi è qui che dorme.

Da solo?

Non erano affari suoi, ovviamente. Ma quando Marcy ripensava al proprio letto al piano di sopra, e a tutte le notti tranquille trascorse da sola, il confronto sembrava inevitabile. Tomas Martinez irradiava sensualità, forse era quello che si sentiva nell’aria, e trovarsi faccia a faccia con il suo letto non faceva che metterlo in evidenza. Specie quando lo si faceva mentre si indossava solo una delle sue magliette extra-large.

La sua maglietta extra-large.

Marcy si girò verso la cassettiera. “Vestiti”

I vestiti di Tomas erano affascinanti quasi quanto il suo letto, magliette piegate in modo approssimativo, pantaloni di pile…e slip. Infilarsi un paio delle mutande di cotone di Tomas, che erano un po’ più grandi delle sue e con un’apertura sul davanti, era intimo in modo inquietante. Ma i morbidi pantaloncini con i cordini, legati stretti in vita, l’aiutarono a ottenere una certa dose d’indipendenza. Se avesse dovuto, adesso poteva lasciare l’appartamento senza rischiare di essere arrestata per atti osceni in luogo pubblico nel caso si fosse alzato un po’ di vento.

Dopo tutto era ottobre. E questa era la città del vento.

Così equipaggiata, Marcy ritornò in tinello. Palla di neve la seguì silenziosamente. Tomas aveva mobili di pesante quercia, anche il tavolo nell’angolo con sopra il computer era massiccio e virile. I cuscini erano marrone scuro e in qualche modo mascolini. Marcy si sentì come se si fosse trovata nel bel mezzo della tana di un leone.

Ma era comunque più sicuro che nel suo appartamento.

Il suo appartamento. Forse avrebbe dovuto davvero fare qualcosa, non contare solo su Tomas. Ma cosa? Tomas sembrava così competente, così capace. Cosa avrebbe potuto fare lei che non fosse solo d’intralcio?

Senza neanche pensarci, Marcy cominciò a raccogliere le cose sparse per l’appartamento. Il posto non era un completo caos, non abbastanza da farla sentire a disagio a toccare le cose sparse in giro. Ma Tomas avrebbe avuto bisogno di un cestino. Marcy buttò via tre bottiglie di birra vuote nell’immondizia in cucina, fece una pila dei giornali e delle riviste sul solido tavolino di quercia, e sprimacciò i cuscini del divano. Poi tornò in cucina, attirata dai piatti sporchi nel lavandino, e cominciò a far scorrere l’acqua calda. Aggiunse il sapone e stava lavando una ciotola quando si rese conto di cosa stava facendo.

E non si trattava solo delle pulizie, cosa che, anche se non richiesta, poteva non essere una cattiva idea, visto che lui la stava aiutando con il suo pasticcio.

Marcy stava evitando la vera domanda.

Avrebbe dovuto far qualcosa lei stessa. Ma cosa?

I suoi movimenti nel lavare i piatti divennero nervosi. Per un momento, Marcy prese in considerazione l’idea di tornare nel suo appartamento da sola. Ma era una stupidaggine, specie se Tomas stava ritornando con una soluzione migliore. Non voleva essere una di quelle stupide che si vedono nei film horror, che scendono in cantina per controllare un rumore quando c’è un assassino in libertà. Marcy pensò di andare in biblioteca per fare qualche ricerca, ma sul serio…quante possibilità c’erano che una normale biblioteca pubblica tenesse libri che avevano a che fare con questa situazione?

E comunque aveva lasciato la borsa al piano di sopra.

Confusa, asciugò il lavandino ormai vuoto, si guardò intorno…e notò il computer di Tomas. Faceva un leggero ronzio e sullo schermo scorreva un salva schermo geometrico.

No. Quello era il computer di Tomas, proprietà privata. E se ci guardava dentro e scopriva che gli piaceva il sesso cibernetico o aveva scaricato chissà che genere di pornografia? Non doveva toccare le sue cose.

Ma doveva fare qualcosa.

Marcy guardò di nuovo verso Palla di neve, che rimaneva seduta in silenziosa attesa. “Indosso la sua biancheria” fece notare Marcy.

Palla di neve non la contraddisse.

Con un profondo respiro per farsi coraggio, Marcy si sedette davanti al computer di Tomas e mosse il mouse. Si aprì una normale schermata d’avvio e Marcy fu sollevata nel vedere che Tomas usava la sua stessa connessione internet. Poteva connettersi per fare qualche ricerca usando i suoi dati, e i segreti di Tomas potevano rimanere tali.

Era quello che voleva, giusto?

“Una cosa per volta” disse a Palla di neve, e aprì la connessione a internet.

La biblioteca locale poteva avere risorse limitate riguardo alla magia e ai portali per l’inferno ma, diciamocelo, si può trovare qualunque cosa su internet.

Marcy aveva ormai scordato le preoccupazioni per essersi appropriata del computer di Tomas, quando lui fece ritorno. Alzò appena lo sguardo quando sentì la chiave nella toppa.

Poi lo vide, lì in piedi davanti alla porta aperta come se non volesse neanche entrare, e non ebbe alcun problema ad alzare lo sguardo. Era bello avere qualcuno con cui condividere tutta quella situazione. “Aspetti di sentire alcune delle cose che ho trovato on line. È abbastanza caotico, e non posso giurare sull’attendibilità della maggior parte, ma…”

“Vado di sopra” disse Tomas, in quella sua voce profonda e appena accentata. “Stia qui”

E richiuse la porta.

Marcy sbatté le palpebre. Perché non avrebbe dovuto rimanere lì? E perché lui stava andando di sopra? Perché era sicuro per lui ma non lo era per lei?

D’altra parte, Marcy aveva appena trovato un sito chiamato Sacrifici e Stregoneria, gestito da qualcuno che pretendeva di essere un “mago”. C’erano un sacco di cose che poteva fare standone al sicuro nel salotto di Tomas.

Rimase lì.

 

L’appartamento di Marcy sembrava completamente normale. Quasi lo stereotipo della normalità, nessun tocco etnico, nemmeno un simbolo celtico o scandinavo o altro; nessun tocco di ribellione sociale. Era così ordinato e normale che avrebbe potuto essere un appartamento modello, e Tomas avrebbe potuto usarlo per affittare gli altri appartamenti ad altri americani della classe media.

Tutto questo fu un po’ una delusione per Padre Gregory.

Il prete di mezza età diede un’occhiata nel normalissimo armadio di Marcy con fare solenne. “Non mi giocheresti un qualche scherzo di Halloween, vero Tony?”

“Tomas” lo corresse Tomas. Nostra Signora della Serenità non era la chiesa dei suoi genitori, solo la più vicina. Lui e Padre Gregory si erano appena conosciuti. “E no, Padre. Questo non è uno scherzo. Le giuro…”

Strano come anche dopo anni, Tomas prendesse un giuramento fatto a un prete tanto seriamente da dover prima deglutire.

“Stamattina c’erano delle fiamme qui dentro” disse Tomas. “E delle cose volavano fuori, lasciando macchie sulle pareti. E ho sentito una voce”

Padre Gregory sembrava turbato. “La voce ti stava dicendo di fare qualcosa, Tomas?”

“No, parlava di Marcy. La signorina Bridges”

“La donna che affitta questo appartamento”

“Sì”

“Lo sa che vieni qui mentre lei non c’è?”

Tomas alzò gli occhi al cielo, come se quello potesse aiutarlo a trattare con il portavoce del Paradiso. Ma non poteva dare tutti i torti al prete. Lui stesso era stato altrettanto dubbioso quando aveva risposto alla chiamata di Marcy, e lui credeva nella magia.

Di un certo tipo.

Padre Gregory aveva già detto a Tomas che non era un esorcista, e che spesso si domandava se l’esorcismo non fosse altro che una vecchia superstizione. Ma era l’unico prete disponibile con un preavviso tanto breve.

“Sì, sa che sono qui. Anche lei era qui prima. E anche lei ha sentito la voce”

Padre Gregory considerò quelle parole. “Saresti disposto a frequentare delle sedute di consulenza, Tomas?”

Frustato, Tomas fece un passo verso l’armadio e, con fare incerto, allungò una mano. Niente. Cauto, si allungò per prendere un paio di scarpe che stavano sopra la cassettiera. Niente gli impedì di prenderle.

Si girò verso il prete. “Mi dispiace di averle fatto perdere tempo, Padre. Potrebbe almeno…potrebbe per favore benedire l’armadio? Tanto per andare sul sicuro?”

Padre Gregory annuì. “Non vedo perché no. Se potessi farmi un po’ di spazio…”

Tomas uscì dall’armadio così che Padre Gregory potesse stare sulla soglia. Il prete drizzò le spalle, alzò il mento e fece il segno della croce nell’aria. “Nel nome del Padre, del Figlio…”

No! La protesta che Tomas sentì nella propria mente non suonava preoccupata. Tecnicamente, non suonava per niente. Ma allo stesso tempo riecheggiava di furia. “Ah…Padre?”

“…e dello Spirito Santo. Possa questo…armadio…essere santificato dalla grazia di Dio. Possa questo posto essere illuminato dalla grazia di Dio”

Ci fu uno strano suono come di una bottiglia stappata. Tomas si allungò verso il prete. “Padre!”

“Possa questo posto…” Padre Gregory si zittì quando Tomas lo tirò via a forza.

“Ma insomma!”

Tomas si guardò velocemente intorno. Una salamandra era seduta su una delle colonne del letto a baldacchino di Marcy. Qualcosa di nero svolazzava vicino al soffitto. E proveniente dall’armadio in apparenza normale, adesso poteva sentire un pizzico di odore di zolfo. “Vede niente di inusuale, Padre? Come, che mi dice del letto? Niente?”

Il prete guardò oltre la salamandra e il pipistrello, e terminò con un veloce “Amen”. Poi disse “A proposito di quelle sedute di consulenza, Tomas”

Qualcosa da dentro l’armadio ridacchiò in modo tetro, e dall’espressione del prete era chiaro che non l’aveva sentito. Quello, realizzò Tomas, metteva Padre Gregory ancora più in pericolo di quanto lo fossero stati lui e Marcy.

“Parliamone nel corridoio” disse Tomas in fretta.

 

Marcy fissò incredula lo schermo del computer. Ciò che il cosiddetto mago aveva scritto circa le maledizioni sul sito Sacrifici e Stregoneria suonava vero in modo orrendo e contorto. Ma non poteva essere…giusto?

Qualcuno poteva davvero averla maledetta in qual modo? Perché?

All’improvviso Marcy si sentì molto più vulnerabile lì, da sola nell’appartamento di Tomas, di quanto fosse di suo gradimento. Doveva andare di sopra e trovarlo. Forse Tomas avrebbe avuto un’opinione sulla sua teoria.

Anche se Marcy non era ancora del tutto certa di come facesse Tomas a saperne così tanto. Né era certa di volerlo scoprire.

“Stai qui, chicca” disse a Palla di neve, che adesso era seduta in cima al frigorifero di Tomas dove poteva stare al calduccio e avere una bella vista. “Non entro nemmeno nell’appartamento, busso solo alla porta. Dovrebbe essere abbastanza sicuro, non credi?”

Palla di neve continuò a fissarla dal suo trono sopraelevato.

Marcy lasciò la casa di Tomas. Con la testa piena del senso di dissociazione dato dall’aver passato tanto tempo on line, e delle informazioni arcane che aveva trovato, Marcy entrò automaticamente nell’ascensore vuoto. Così come faceva tutti i giorni.

Solo quando le grate delle porte cominciarono a chiudersi, Marcy si ricordò che Tomas aveva fermato l’ascensore. Al terzo piano.

Si lanciò verso le porte…

E tutto intorno a lei si trasformò in fiamme.

Parte III

 

Le fiamme l’accerchiavano. Luminose e vive, l’avvolgevano nel loro abbraccio spasmodico e sfrigolante. Marcy chiuse gli occhi pronta a gridare.

La sorpresa di non provare dolore la zittì.

Sentiva il fuoco, certo. Il suo intero corpo sembrava caldo. Il calore le graffiava la pelle come se fosse dotato di artigli. Ma non stava davvero andando a fuoco.

Aprì appena gli occhi, e si ritrovò a fissare un disegno di fiamme e fumo che formava un qualche tipo di volto, severo e piatto. I contorni tremolavano e si dilatavano, così che qualche volta aveva orecchie appuntite, altre corna, altre ancora capelli a punta, ma il viso restava riconoscibile.

Era davvero qualcuno. Qualcosa. Il fuoco era un vero e proprio essere.

Occhi scuri con un luccichio rosso, come braci, la fissavano. Lampi di denti aguzzi, quasi troppo luminosi da guardare, si distorsero in qualcosa di simile a un sorriso lascivo. Il calore le si avvolgeva su per le gambe, lungo le braccia, affilato come un coltello.

Ma un qualche tipo di intelligenza si stava trattenendo, evitando di bruciarla.

Non ancora.

Marcy capì di non essere all’inferno. Non esattamente. Era ancora nell’ascensore.

Nell’ascensore, certo, ma nell’avvolgente e furioso abbraccio di un qualche tipo di demone!

Hai paura di me? Quella finzione di bocca si mosse con la sua sfida, ma era solo per fare scena. Come un doppiaggio scadente, le oscillazioni della fiamma viva non corrispondevano alle parole. Invece di sentire con le orecchie, quelle orecchie per miracolo illese, Marcy poteva sentire il sibilo nella sua testa.

“Certo che ho paura” disse, e quasi soffocò per il calore della presenza che le seccava la gola. Provò a tirarsi indietro, ma era trattenuta, impotente. “Cosa vuoi?”

Che altro potrei volere?

“La mia anima?”

Gli occhi neri di brace divennero più rossi. Divertimento? O…

Prima o poi, sfrigolò.

Adesso cominciava a bruciarla…una specie. Il calore tremolava più in profondità sul suo seno, lo stomaco, l’addome. Lingue di fiamma le sfioravano le gambe nude, le braccia scoperte, il collo. Marcy cercò di cambiare posizione, cercò di abituarsi all’intensità, ma era trattenuta con forza, in un abbraccio sempre più stretto, sempre più caldo.

Lingue di fiamma le si infilarono nell’orecchio, e il sordido intento della creatura divenne chiaro.

“No!”. Marcy non stava solo cominciando ad andare nel panico, aveva oltrepassato il panico e stava andando dritta verso l’isteria. “Oh no, no, no. E no vuol dire no. Assolutamente no!”

Marcy chiuse gli occhi di fronte a quel viso in movimento, con il suo sorriso lascivo e il suo sguardo chiazzato di fuoco, ma anche attraverso le palpebre chiuse poteva vedere il bagliore rosso. Cercò di nuovo di liberarsi. Ma come si può sfuggire a qualcosa che neanche esiste?

Se lo stava immaginando?

Si aggrappò disperatamente alla speranza della semplice pazzia. “Ho studiato la stregoneria!” ansimò, ma fu un debole avvertimento. “Le streghe non credono nel diavolo”

Il diavolo? chiese la voce.

Marcy dovette dare un’occhiata sentendo la nota sardonica nella voce inesistente della creatura, e sussultò per la luminosità della smorfia divertita.

Non sei una strega, si fece beffe la creatura. La magia richiede potere innato. Quello che mi ha evocato, che mi ha promesso te in sacrificio così tanto tempo fa, la sua disperazione gli ha dato il potere. Tu non hai neanche quello. E per quanto riguarda i diavoli…

La risata le fremette dentro, come se lo stesso pavimento si stesse muovendo. Non credi nel male, vero?Allora…

L’ultima parola venne fuori come un ruggito, la bocca si allargò fino a diventare un portale: Credi in ME!

Marcy si rannicchiò o almeno ci provò. “No!”

Mi crederai in fretta stasera, mia piccola compagna. Crederai per l’eternità!

“Non lo farò!”. Ma Marcy sentì l’inutilità delle sue parole anche mentre le uscivano tremolanti dalla bocca.

Lei non era una strega. Non aveva nessun potere, non l’aveva mai avuto. Anche mentre allargava inutilmente le mani, come a cercare di artigliare la creatura, le sue dita non incontrarono altro che fiamme…fiamme che la stavano bruciando dolorosamente adesso, del tutto in grado di distruggerla con un solo scoppio. La trattenevano, sfiorandola, possessive, lascive, eterne.

Lacrime che le scendevano dagli occhi sfrigolavano ed evaporavano sulle sue guance.

Rinuncia a te stessa. Rinuncia alla tua realtà. Rinuncia a tutto…

Stava davvero succedendo, e Marcy non poteva far niente per fermarlo!

“Almeno dimmi chi mi ha fatto questo” implorò, sconfitta. “Quando? Perché?”

Ancora una volta la risata le fremette dentro, intorno, e Marcy sentiva così tanto caldo, e non riusciva a respirare l’aria rovente che la circondava.

No, la schernì la creatura.

Poi, come se da una grande distanza, Marcy sentì un qualche suono metallico. Pensò di sentire qualcos’altro sul viso oltre alle fiamme. Aria? Fresco? Poi delle mani si chiusero sulle sue spalle, vere mani, mani umane, che la trascinarono indietro.

Fuori dall’ascensore, sul pianerottolo del terzo piano.

E nelle competenti braccia di Tomas Martinez.

 

“Puoi venire per delle sessioni individuali di consulenza” aveva detto Padre Gregory solo pochi istanti prima. “O puoi unirti a uno dei gruppi”

Tomas, turbato dal fatto che il prete non era stato in grado di vedere nulla di inusuale nell’appartamento di Marcy, stava a mala pena ascoltando. Lui e Marcy erano pazzi? Il segno rosso della bruciatura sulla sua mano raccontava un’altra storia, prete o non prete.

Forse Padre Gregory era troppo buono per riconoscere qualcosa di tanto malvagio…il che diceva cose interessanti su Tomas e Marcy.

“Potrebbe farti bene condividere i tuoi problemi con altri” continuò il prete sovrastando il rumore dell’ascensore in arrivo.

In arrivo?

Ma Tomas non l’aveva spento, mettendo anche un cartello? Si domandò quale inquilino impiccione si fosse messo a pasticciare con un ascensore fuori uso…o uno che apparentemente lo era.

Poi una gabbia di fiamme raggiunse il terzo piano, e c’era qualcuno lì in mezzo, stranamente incolume.

Marcy!

Tomas non si fermò a pensare. Spalancò la porta, la grata di metallo rovente al tatto, e infilò una mano nelle fiamme. La presa si chiuse sulle spalle di Marcy e Tomas la tirò via, allontanandosi in fretta.

Solo quando le braccia di Marcy si strinsero disperatamente intorno a lui, Tomas si rese conto di non essere ferito. Le grate erano state calde, ma non l’avevano ferito. E Marcy…

Tomas l’allontanò da se, stranamente riluttante, ma doveva vedere. Neanche Marcy sembrava ustionata. Per nulla. La sua pelle chiara era arrossata, ma i capelli castani e le affascinanti labbra carnose sembravano illese. Com’era possibile?

Si stavano davvero immaginando…?

Ma Tomas notò che adesso Padre Gregory stava fissando, inorridito, l’ascensore in fiamme. No…stava fissando la creatura che le fiamme avevano creato. Fuoco. Corna. Oscurità.

“Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” disse il prete, con voce rauca. “Ti ordino di andartene!”

Due occhi neri come il carbone nel mezzo delle figura fiammeggiante sembrarono accendersi di emozione ultraterrena.

“Nel nome del Signore e di tutti i Santi” continuò Padre Gregory, allungando il crocifisso che gli pendeva dal collo. “Ti ordino di andartene!”

E in una nuvola di fumo, la figura se ne andò.

Così.

Marcy, con un miagolio che gli strinse il cuore, chinò la testa sul suo petto. Non solo Tomas la lasciò fare, ma le strinse forte le braccia intorno. Possessivo.

Che diavolo era quello?

E perché stringere Marcy era così bello?

“Grazie, Padre” disse in ritardo.

Il prete non rispose prego. Era troppo occupato a stringere il crocifisso e a fissare l’ascensore vuoto. “Buon Dio”

Era quello che Tomas sperava, comunque.

“Non te lo stavi inventando” disse Padre Gregory, sporgendosi nella gabbia di ferro alla ricerca di qualche segno visibile di danneggiamento. “Sta davvero succedendo”

Dopo aver tirato su col naso, Marcy girò la testa così che la guancia, invece del naso, fosse premuta contro il petto di Tomas. Quando Tomas abbassò il mento per guardarla meglio, Marcy sembrava confusa. Poi i suoi occhi si allargarono. “No!”

Tomas si guardò alle spalle, ma non in tempo per fermare una spirale di fiamma che dal centro dell’ascensore avvolse il prete…

E con lui sparì.

“No!” urlò di nuovo Marcy, ma certo non fece molta differenza.

Quasi paralizzata, Marcy guardò Tomas tuffarsi verso il prete. Troppo in fretta le fiamme ingoiarono con uno schiocco il prelato, non lasciando nulla da acchiappare. Tomas atterrò sulle mani e la spinta gli fece fare una capriola che lo mandò a schiantarsi contro la parete posteriore dell’ascensore. Poi, rimettendosi seduto, Tomas bestemmiò.

Tetramente.

Anche se era spagnolo, Marcy ne comprese il succo. Poi vide che Tomas era dentro l’ascensore. “Esci!”

Tomas sollevò lo sguardo infuriato da tigre, mezzo nascosto da ciocche di capelli scuri, e la fissò.

“Tomas, esci di lì! E se dovesse tornare?”. Marcy si allungò verso di lui, pur rimanendo a una certa distanza di sicurezza dal maledetto aggeggio. Avrebbe voluto avvicinarsi per tirare via Tomas. Avrebbe voluto essere una persona d’azione, come lui.

Ma dopo l’incontro con il demone, Marcy sembrava non riuscire a far muovere le gambe.

“Per favore” sussurrò, gli occhi pieni di calde lacrime che finalmente le scendevano lungo le guance senza evaporare.

Tomas la fissò ancora un momento, poi si alzò. Non uscì dall’ascensore. “Passami la cassetta degli attrezzi” disse con voce minacciosa.

Marcy non pensò che il tono tetro fosse rivolto a lei, ma quando vide la casetta rossa vicina alla porta del suo appartamento la prese, con entrambe le mani e senza più riuscire a mettersi dritta, e barcollò fino all’ascensore.

Più vicino, comunque. Poi si mise in ginocchio e la spinse con entrambe le mani per il resto della distanza. “Per favore esci di lì”

Tomas allungò una mano nella cassetta, ne tirò fuori un cacciavite e fece qualcosa alla pulsantiera dell’ascensore. Poi prese un martello…

E riempì di mazzate la pulsantiera. A ogni colpo dalla sua bocca volavano parolacce, come i pezzi dei fusibili e dei cavi che volavano fuori dal pannello.

Marcy lo guardava, per metà spaventata e per metà invidiosa. Dopo aver distrutto i meccanismi di funzionamento, Tomas tirò fuori una corda e la fece passare tra la grata interna ed esterna dell’ascensore così che nessuno potesse entrare senza dover scavalcare, e l’ascensore stesso avrebbe faticato a chiudersi.

A meno che la corda bruciasse…

Quando alla fine Tomas uscì dalla cabina e saltò con grazia felina sulla sbarra che correva a un metro d’altezza accanto la tromba dell’ascensore, la paura di Marcy scemò… e la sua invidia si trasformò in qualcosa di più simile al desiderio.

Non voleva solo essere capace di fare lo stesso, pensò Marcy osservando i movimenti delle gambe e del fondo schiena di Tomas, nascosti dai pantaloni neri, osservando la sua coordinazione e il suo equilibrio negli stivali di pelle. Voleva tutto quello.

Naturalmente, qualunque cosa sarebbe stata meglio di un demone, no?

Tomas incastrò un piede di porco nel sistema di leve dell’ascensore, terminando per il momento la distruzione e rivolse lo sguardo verso di lei, ansimando. “Figlio di puttana” disse. Aveva un accento più marcato quando bestemmiava.

Marcy fece un passo indietro, senza dire una parola e Tomas saltò senza far rumore sul pianerottolo, di fronte a lei e cominciò subito a camminare avanti e indietro.

Forse qualunque cosa sarebbe stata meglio di un demone. Ma questo non era qualunque cosa. O chiunque.

Tomas sembrava un animale in gabbia, lunghe falcate e inversioni improvvise, e alla fine si fermò per affrontare Marcy a viso aperto. “Si è mangiato il mio prete”

Marcy non si era ancora completamente riconciliata con l’idea che un tuttofare misterioso avesse prima di tutto fatto venire un prete. Ma annuì.

Tomas diede un calcio all’ascensore. “Si è mangiato il mio c…” Poi abbassò lo sguardo, strinse i pugni, scosse la testa come se stesse rimproverando se stesso. “Il mio cavolo di prete” terminò.

Marcy deglutì. Con forza. “Credo di sapere cosa sta cercando”

“Qualunque cosa sia” disse Tomas, girandosi per ricominciare a camminare su e giù, “non lo avrà”

“Bene. Perché vuole me”

Tomas si girò verso di lei, sopracciglia alzate. “Tu?”

“È quello che ha detto. Pensato. Quello che è. Mi ha chiamato la sua sposa”

Lo sguardo torvo di Tomas non cambiò. “Perché tu?”

Che cavolo, era davvero una tale perdente che neanche una creatura ultraterrena avrebbe dovuto volerla? “Non sono sicura, ma credo…sembra che qualcuno mi abbia lanciato una maledizione. Qualcuno disperato.”

Tomas si avvicinò, stringendo gli occhi pericolosamente, e quasi sibilando chiese “Perché tu hai fatto cosa?

“Non lo so!” Tutto quello che Marcy sapeva era che quest’uomo le era piaciuto di più quando l’aveva tenuta così stretta tra le braccia che, per un momento, le era sembrato che niente potesse ferirla. Nemmeno l’inferno. Adesso si stava allontanando da quella sua forza pura. “Sto solo…sto cercando di dirti quello che mi ha detto. Su internet ho letto qualcosa sulla maledizione, come una persona può lanciare una maledizione su un’altra, usarla come sacrifico per ottenere un qualche favore demoniaco”

Tomas la fissò.

“E stavo venendo a dirtelo” aggiunse in fretta Marcy, facendo un altro passo indietro.

Tomas fece un altro passo in avanti e fece grandi gesti alle proprie spalle senza distogliere lo sguardo. “Nell’ascensore?”

Un altro passo indietro. “Non stavo pensando. È stato un errore”

Credi?”

Marcy andò a sbattere contro la porta del suo appartamento. “Mi dispiace”

Invece di continuare a incalzarla, Tomas diede l’impressione di ritirarsi. Si passò una mano oltre la fronte, spostando alcune lunghe ciocche di capelli, e sospirò. La tensione sembrò defluire dal suo corpo con quel sospiro e la domanda successiva suonò quasi…normale. “Che altro ha detto il demone?”

“Ha detto che non sono stata io ad evocarlo” Che non ho alcun potere. Però Marcy non voleva ammetterlo. Probabilmente Tomas credeva fosse ovvio. “Ha detto che chi l’ha evocato ricava potere dalla propria disperazione, che chiunque sia mi ha promessa al demone tanto tempo fa. E ha detto che… stasera…”

All’improvviso Marcy si sentì stordita al ricordo di tutta la conversazione, della sordida risata, del modo in cui le lingue di fuoco l’avevano sfiorata. Per sua fortuna, Tomas si avvicinò e le strinse un braccio, la promessa nel suo sguardo intento la faceva sentire stordita per un motivo completamente diverso.

“Capiremo cosa fare” disse Tomas.

“Non è che ci sia un numero verde” disse Marcy.

“Sappiamo molto di più adesso” insistette Tomas, e la baciò sulla testa. Marcy rimase immobile. Era un bacio sulla testa da fratello maggiore? O significava qualcosa di più?

Certo che no. Lei non aveva alcun potere…

“Se questa è davvero una maledizione” disse Tomas “allora chiunque l’ha lanciata può toglierla. Giusto?”

“Non ne ho idea” E perché lui l’aveva avuta?

“Ha senso” insistette. “Per quanto possa averlo tutto questo. Quindi adesso devi solo pensare a chi conosci che potrebbe aver voluto fare un patto con il diavolo. Qualcuno che conoscevi tanto tempo fa. Qualcuno a cui non importerebbe di sacrificarti per il proprio profitto”

“Non mi piace neanche pensare che esista un tipo del genere!”

“Per quel che mi riguarda” disse Tomas “non mi piace pensare che il nostro amico demoniaco esiste davvero. Ma ha il mio prete, quindi forse è arrivato il momento di unirsi al programma”

Tomas sembrava vagamente scocciato e non l’aveva più baciata. D’altra parte le stava ancora stringendo il braccio. Si sarebbe accontentata. “Onestamente non riesco a ricordare di aver mai conosciuto nessuno che avrebbe potuto essere coinvolto nelle…nelle arti oscure. Quando l’estate scorsa ho cominciato a leggere della Wicca, l’idea di qualunque tipo di magia era del tutto nuova per me”

“Alcune persone nascondono il loro coinvolgimento” disse Tomas, di nuovo dimostrando di saperne molto più di quanto fosse normale. Come faceva a saperne tanto?

Marcy sentì un brivido quando si rese conto che di tutte le persone che conosceva, Tomas era l’unico che aveva mostrato una qualche conoscenza del lato oscuro della magia. Si sarebbe fatto problemi a sacrificarla?

Marcy abitava in quel condominio, quello dove Tomas lavorava, da tre anni ormai.

Quanto tempo fa intendeva il demone con tanto tempo fa?

“Davvero non conosco nessuno che corrisponda alla descrizione” mentì Marcy cauta, sentendosi all’improvviso molto meno al sicuro in compagnia di Tomas Martinez. Quando alzò le spalle con disagio, fu sollevata, e forse anche un po’ delusa, dal fatto che Tomas si tirò indietro tranquillamente. No vuol dire no. Tomas fece un mezzo sorriso, quasi a scusarsi in silenzio per essere stato tanto sfacciato.

Dannazione, a Marcy era piaciuta la sfacciataggine di Tomas. Era la familiarità con il lato oscuro della magia che la preoccupava.

“Quello che non capisco” disse Tomas, come se l’ego di Marcy non fosse già abbastanza ferito, “è perché sia stata scelta proprio tu? Non che tu non sia attraente”

Abbastanza attraente per un demone, comunque? Ma era già qualcosa. “Forse chi mi ha lanciato la maledizione ha solo pensato che fossi…a portata di mano”

“No, non ha senso” E ancora una volta Tomas sembrava avere le idee chiare. “Se stai cercando di fare un grosso affare, non porti il potenziale cliente a un fast food. Marcy, c’è qualcosa che ti rende appetibile come una bistecca per un demone in cerca di sacrifici. Ma cosa…”

Poi si bloccò, occhi sgranati. “No!”

Marcy era sempre più sospettosa. “No cosa?”

“Non lo sei!”

“Non…?” Ma non poteva fare finta di non sapere a cosa si riferisse. E addio all’idea di mantenere i propri segreti. “D’accordo, va bene. Sono vergine”

Quella era la parte della maledizione di cui aveva letto che non aveva voluto divulgare.

“Il signor Gilbert e la signora Roberts ne sarebbero sorpresi! Giurano che la tua gentilezza e i tuoi modi tranquilli servono solo per nascondere un lato selvaggio, magari omicida!”

“Non è tutta sta gran cosa” insistette Marcy, a disagio. “Molte più donne praticano l’astinenza di quanto i film e la televisione ti facciano credere”

“Bene, certo” fu d’accordo Tomas, anche se il luccichio nei suoi occhi indicava che per lui quella era una gran cosa. “Sono stato allevato da cattolico, ricordi? Le mie sorelle ancora da sposare sono vergini”

Marcy spalancò gli occhi come a mettere in dubbio quell’affermazione.

Tomas la guardò torvo. “È meglio che lo siano. Ma ovviamente non tutti i cattolici sono buoni cattolici” E con un sorrisetto aggiunse “Dipende da come definisci buono”

“Le mie scelte non hanno niente a che fare con la religione” insistette Marcy. “Volevo solo aspettare fino a quando non mi fossi sentita pronta. Non volevo dormire con tutti quelli che capitavano”

“Con tutti?” Il sorrisetto di Tomas si allargò.

Marcy incrociò le braccia.

“Per dormire con tutti quelli che capitano devi avere più partners. Se dormi con uno e un altro e un altro” Tomas indicò punti a caso sul pavimento, facendo un cerchio approssimativo, “allora hai dormito con tutti. E non hai nemmeno dormito”

“Bene, forse l’avrei fatto se avessi saputo cosa sarebbe successo”

Tomas allargò le braccia. “Facile da rimediare”

Cosa?

E dato che Marcy era ancora in piedi incorniciata dallo stipite della porta del suo appartamento e Tomas le era ancora proprio di fronte, a lui bastò appoggiare una mano su ogni lato accanto alla sua testa per intrappolarla in modo efficace. “Ho detto” mormorò Tomas, avvicinandosi. Vicino abbastanza perché il suo respiro le riscaldasse la guancia in un modo estremamente piacevole. Vicino abbastanza perché le labbra si sfiorassero. “ Facile. Da. Rimediare”

Poi la baciò.

 

Tomas la stava prendendo in giro, ovviamente. Era così facile. Chi avrebbe mai pensato che la pudica Marcy Bridges fosse davvero la pudica Marcy Bridges?

E comunque, a Tomas piaceva l’immagine innocua che stava dando di predatore sessuale.

Ma poi la intrappolò contro la porta, e le sfiorò le labbra…e le cose divennero molto meno innocue. L’innocenza di Marcy all’improvviso divenne molto più di una semplice parola, vergine, o anche della ragione per cui i demoni le davano la caccia. La sua innocenza all’improvviso divenne qualcosa di tenue e prezioso e specifico della sua persona.

Le labbra di Marcy sembravano tremare.

Tomas si tirò indietro in fretta, pronto a scusarsi, poi vide il desiderio negli occhi dilatati di Marcy. Perché non si era mai sentita pronta?

Tomas si riavvicinò, usando le braccia piegate per trovarsi faccia a faccia con Marcy, occhi negli occhi.

Lei non distolse lo sguardo.

Tomas strofinò il naso verso l’orecchio di Marcy, soffiandole piano sul collo, e le baciò un punto delicato su un lato della gola. Un brivido di piacere la scosse. Così Tomas riportò l’attenzione alla bocca e fu contento oltre ogni misura quando Marcy girò la testa per incontrarlo a metà strada, aprendo appena le labbra.

Si mise a baciarla con ardore. La sua innocenza. La sua dolcezza. Il suo desiderio titubante. Tomas rilassò le braccia fino ad appoggiarsi su di lei con tutto il corpo, stringendola contro la porta.

Marcy si mosse, languida, sotto il peso di Tomas. Fece scivolare lentamente il piede scalzo lungo i jeans, su e giù, in esplorazione. Tomas le mormorò un incoraggiamento tra un bacio e l’altro, felice che Marcy lo stesse usando per imparare, più che felice di passare ai corsi avanzati prima di quanto si fosse aspettato.

Dannazione. Non sorprendeva che il demone la volesse. Tomas avrebbe potuto vendersi l’anima per una come Marcy.

Poi qualcuno si schiarì la gola e quando Tomas si girò per vedere chi era, si chiese se dopotutto non si fosse già condannato da solo. Si trovò a fissare tre persone: un uomo di mezza età che aveva la stessa bocca grande di Marcy; una donna di mezza età con la stessa corporatura esile che Marcy di sicuro avrebbe sfoggiato di lì a trent’anni; e una donna più giovane che…ecco…assomigliava a Marcy. Solo un po’ più grande, più truccata e con un taglio di capelli e un guardaroba più sofisticato.

Tomas li fissò, ancora sconvolto dal bacio, incerto se fossero reali così come lo era stato per il demone.

Poi Marcy, mezza nascosta dietro Tomas, disse “Ciao papà. Mamma. Sharona”

Erano reali.

“Fammi indovinare” disse Sharona. “Tomas, il tuttofare?”

Tirandosi su così da non essere appoggiato tanto lascivamente contro la piccola della famiglia, ma muovendosi lentamente così da non sembrare colpevole, Tomas guardò avanti e indietro tra Marcy e la sorella. Marcy le aveva parlato di lui?

Marcy sembrava imbarazzata. Interessante.

“Ehi” disse. “Sharona, giusto?”

Veramente non aveva mai sentito parlare della donna, ma l’informazione è informazione. Seguì l’ispirazione e porse la mano al padre. “Signor Bridges. Signora Bridges”

D’accordo, così sembrava che fossero in una commedia anni sessanta, ci mancava solo che indossasse una felpa con lo stemma di qualche scuola. Ma faceva guadagnare tempo.

“Piacere di conoscerti” disse la signora Bridges, perdonandolo per aver pomiciato con la figlia più in fretta di quanto sembrasse voler fare il marito. Aveva una presa decisa quando gli strinse la mano. “Scusate il mio aspetto. L’ascensore sembra non funzionare”

Il signor Bridges guardò l’ascensore, con l’intrico della corda e il piede di porco incastrato, e non ammorbidì la propria espressione. “Fai lavori di manutenzione per vivere?”

“No” disse Tomas, “Sono anche l’amministratore del condominio”

“Davvero?” chiese Marcy, rivolgendogli la parola per la prima volta dopo il bacio. Stava arrossendo. Era adorabile.

Tomas alzò le spalle. Non aveva mai detto che non lo faceva.

“Quindi vieni a pranzo con noi, giusto?” chiese Sharona. “Per il compleanno di Marcy?”

La signora Bridges disse “Marcy, tesoro, non vorrai venire vestita così, vero?”

Così voleva dire la maglietta di Tomas al rovescio e i suoi pantaloncini, che le stavano alla grande, lasciandole scoperte le lunghe gambe. Tra il demone, l’aver perso il prete, e baciarla, Tomas non aveva avuto l’opportunità di ammirare appieno le gambe di Marcy in quei pantaloncini.

Adesso non sembrava un buon momento.

Marcy guardò la porta dell’appartamento alle sue spalle e Tomas era quasi sicuro di sapere cosa stesse pensando. Non voleva entrare. Il demone poteva essere dietro ogni porta. “Ah…sì?”

“Devi almeno metterti un paio di scarpe” insistette la madre. “Quale ristorante ti farebbe entrare senza scarpe?”

Tomas disse “Le prendo io”

“No!” protestò Marcy.

“Davvero. Dimmi solo dove sono”

“Vengo con te”

Tomas lanciò un’occhiata ai genitori di Marcy, che sembravano comprensibilmente confusi da quello scambio di battute. Lui e Marcy avevano comunque bisogno di un momento di privacy. “D’accordo. Andiamo”

Quando aprì la porta con il pass-partout, Tomas non poté fare a meno di notare la disapprovazione del signor Bridges. Tomas e Marcy trattennero il fiato, ma niente li accolse quando entrarono a parte una stanza esageratamente ordinata…e l’odore di zolfo.

“Cos’è questo odore?” chiese la signora Bridges.

Marcy disse “Fumigazione”. Poi si infilò nell’appartamento. Tomas la seguì e chiuse la porta alle loro spalle.

“La tua famiglia?” chiese Tomas.

“Mi ero dimenticata che stavano arrivando! È stata una strana mattinata” Vero, tra portali per l’inferno, maledizioni…

Tomas notò intrigato un certo rossore farsi strada sulle guance di Marcy. Il bacio era stato altrettanto sconvolgente?

Anche lui ne era stato scosso.

Forse Marcy notò qualcosa nel suo sguardo. “Non verrò a letto con te solo per fottere il demone. Per così dire”

Glielo aveva chiesto? “Credevo che avessi detto che non stavi aspettando per nessuna ragione in particolare?”

“A parte l’essere pronta, e devo dirtelo, questa intera giornata non mi ha fatto sentire pronta. Anche prima che i miei genitori saltassero fuori”

“Guarda, non sto suggerendo niente” Ma appena disse quelle parole, Tomas si ritrovò a prendere in considerazione l’idea di suggerire qualcosa. Un mucchio di cose. “Non dobbiamo saltare a letto per una sveltina mentre la tua famiglia aspetta nel corridoio. Ma non dimentichiamoci che a quanto pare hai una qualche scadenza. Anche se non fossi piuttosto bravo in questo genere di cose, e per la cronaca lo sono, sarei comunque una prima volta migliore di…di quella cosa

Qualcosa ridacchiò, profondo e sadico, dalla camera da letto e nelle loro teste.

Tomas disse “Per favore dimmi che le scarpe non sono nell’armadio”

 

Marcy non avrebbe mai e poi mai immaginato di ritrovarsi seduta accanto a Tomas Martinez nel ristretto spazio del sedile posteriore della monovolume dei suoi genitori, diretti al ristorante per il pranzo di compleanno. Sembrava del tutto fuori posto, con la sua stazza, l’abbigliamento nero, il tatuaggio intorno al polso scuro. Dal modo in cui Sharona, seduta nel sedile di mezzo, continuava a girarsi per guardarli, e dal modo in cui papà continuava a cercare il suo sguardo nello specchietto retrovisore, la sua famiglia era altrettanto sconcertata.

Ma forse era il bisbigliare che stava attirando la loro attenzione.

“Sto solo dicendo” sibilò Tomas nell’orecchio di Marcy, facendole il solletico, “tua sorella sembra essere il genere di persona che si accorge della gente che le sta accanto”

Tomas si fermò per sorridere a Sharona, e lei ricambiò.

Marcy desiderò essere il tipo di donna che si accorge della gente che le sta accanto ma chiaramente non lo era. “Quindi?”

“Quindi forse si ricorda della persona che ti ha lanciato la maledizione, anche se tu no”

“Non credi che l’avrebbe accennato?”

Tomas la guardò torvo: non sembrava apprezzare il sarcasmo. Ma un uomo può sembrare pericoloso solo fino a un certo punto quando si ritrova seduto in un angolo del sedile posteriore di una monovolume con la cintura allacciata. “Volevo dire, lei potrebbe sapere se qualcuno intorno a te si interessa di magia nera”

La mamma chiese “Stavamo pensando di andare in quel posto indiano che ti piace così tanto, Marcy. Va bene per te?”

“Adoro quel posto” disse Marcy e poi si fermò a pensare a come era andata la giornata fino a quel momento. Demoni nel suo appartamento. Demoni nell’ascensore. Preti innocenti che spariscono in una nuvola di fumo. Quando incontrò lo sguardo di Tomas, era sicura che anche lui fosse ugualmente sospettoso. “Così tanto che ho esagerato. Andiamo da un’altra parte”

“Che ne dici della nuova casa della bistecca?” suggerì Sharona, desiderosa come sempre di spendere i soldi del padre.

Marcy aveva voluto provare quel posto fin da quando aveva aperto, quindi…niente casa della bistecca. “Andiamo al vecchio ristorante cinese” suggerì in fretta. “Quello al centro commerciale”

La mamma disse “Sei sicura? Pensavo che avessi avuto qualche problema con loro”

Esattamente. Avevano gonfiato il conto sulla sua carta di credito. Lanciò uno sguardo colpevole verso Tomas. “Vorrei davvero riprovare”

Tomas disse “Il posto vicino alla lavanderia? Non è un granché. La zuppa agro dolce è…” concluse, facendo marcia indietro quando finalmente capì. “Mi piacerebbe andare lì”

Se dovevano mettere in pericolo un ristorante, perché non uno come una pessima zuppa?

Sharona diede un’altra occhiata dietro le spalle, sospettosa, ma papà disse “Sei tu la festeggiata, Marcy”

Tomas si avvcinò di nuovo. “Sharona sembra il tipo di persona che si accorge di cosa le sta succedendo intorno. Che male può fare chiederle?”

A parte non volere che sua sorella maggiore la credesse una pazza? O ormai segnata? “Siamo andate in college diversi” protestò Marcy. “Non potrebbe ricordarsi di nessuno dopo…”

Lo stomaco le si rivoltò, e non era mal d’auto.

“Il liceo” sussurrò.

Tomas chinò la testa ancora più vicino. “Cosa?”

Sovrastando il rumore del traffico papà disse “Sai Marcy, ho incontrato il figlio di Joe Pierson sul campo da golf l’altro giorno. Te lo ricordi?” Sottile.

“Il liceo” ripeté Marcy sotto voce, ignorando il padre. “Potrebbe non avere niente a che fare con il mio compleanno. Potrebbe aver a che fare con la riunione del liceo di ieri sera”

Tomas sembrava irritato come se avesse dovuto dirglielo prima. “Qualcuno sembrava…?”

“Magico?” terminò Marcy. “No. Perfino io avrei notato qualcosa del genere” Anche se non era Sharona.

Al posto di guida papà disse “Bravo ragazzo, Biff Pierson”

Tomas sgranò gli occhi divertito, e con la bocca mimò Biff? Marcy ignorò entrambi.

 

Il ristorante cinese aveva lo stesso aspetto che aveva sempre avuto, decorazioni rosse e oro, una combinazione di separè e tavoli, un grosso acquario all’entrata. C’era una sola cosa diversa.

Quella che sembrava una salamandra acquattata in un angolo.

Marcy si rese conto che quello che sembrava sporco sulle pareti era in realtà la scia fuligginosa di una coda. Nessuno a parte Tomas sembrava aver notato la creatura. Per adesso faceva parte della loro realtà ma non era entrata in quella di nessun altro. Ancora.

Il destino di Padre Gregory dimostrava che avrebbe potuto tranquillamente.

La salamandra la innervosiva parecchio per essere una creatura mitica tanto piccola.

Come per distrarla da un disastro con un altro, Tomas disse “Così Sharona, che tipo di ragazzi frequentava Marcy al liceo?”

Sharona alzò lo sguardo dalla sua tovaglietta con l’oroscopo cinese sbuffando. “Credi che Marcy uscisse con i ragazzi al liceo?”

Tomas alzò le sopracciglia, intrigato.

“Sono uscita” protestò Marcy. “Non tanto spesso come te, ovviamente, ma…”

Sharona le fece la linguaccia. Ritrovarsi insieme le faceva tornare bambine. Poi si rivolse altezzosa verso Tomas. “Quando usciva di solito lo faceva con gli scarti. Sai, quei ragazzi che le facevano pena perché nessun altra voleva uscirci”

Che cosa cattiva da dire, su quei ragazzi, non su Marcy. “Non è vero!”

“Il club degli scacchi” continuò Sharona, riscaldandosi. “I fissati del computer. La volta che è uscita con uno della squadra di baseball, era quello timido che rimaneva sempre in panchina”

“Nessun giocatore, forse?” chiese Tomas. “Sai…Dungeons & Dragons? O magari qualche dark?”

Marcy disse “Non c’è niente di sbagliato nelle persone che giocano a Dungeons & Dragons. E no” aggiunse quando Sharona e Tomas la guardarono speranzosi “non sono uscita con nessun giocatore…non ne avevano il tempo comunque. Ero solo un’amica per tanti di loro”

Sharona bevve un lungo sorso di tè verde. “Davvero, Tomas, tu sei la persona più interessante con cui Marcy sia mai uscita”

Marcy prese la propria piccola tazza di tè, cercando di non rovesciarlo. Per favore non dire che non stiamo uscendo, pensò, neanche sicura del perché fosse tanto importante. Per favore non lo dire.

Per fortuna Tomas lasciò perdere la supposizione di Sharona. “Ma un mucchio di ragazzi dovevano essere interessati, anche se lei non ci è uscita” spinse Tomas. “Anche i tipi strani”

Sharona disse “Sei carino a pensarla così!”

Marcy mise giù il tè senza averlo toccato, decidendo che non voleva rischiare di dover correre al bagno. Non sapendo cosa avrebbe potuto nascondersi dietro la porta di ogni cubicolo. “È carino che Tomas pensi che sono una calamita per i tipi strani?”

“È carino” chiarì sua sorella “che sia in grado di vedere quanto sei attraente, punto. È una cosa poco appariscente, Marce. Un mucchio di ragazzi non sono abbastanza perspicaci per vederti sul serio”

Adesso Marcy arrossì. Arrossì ancora di più quando si rese conto che Tomas la stava studiando, intrigato.

Questa volta il sorriso di Tomas era più pacato del solito. “È incredibile quello che certa gente non riesce a vedere”

Contro la sua stessa volontà, Marcy lanciò un’occhiata verso la salamandra che ardeva nell’angolo in fondo alla parete. Ma quando si rigirò verso Tomas, notò che lui non aveva distolto lo sguardo da lei.

Qualcosa in profondità dentro di lei rabbrividì in modo piacevole. Forse non era una buona idea. Tomas non era davvero interessato; stava solo interpretando una parte. Poi c’era quell’aria pericolosa che lo circondava e la sua sorprendente abilità di capire la magia nera, qualcosa con cui lei, avendo studiato solo la pratica Wicca del “non nuocere a nessuno”, preferiva non immischiarsi.

Ma accidenti, era proprio sexy. Quando il suo sguardo scivolò via all’arrivo della bionda cameriera, la sensazione non fu poi così diversa da quella di un asciugamano che scivola sensuale dal corpo.

Cercando disperatamente di trovare altre ragioni per non rischiare il proprio cuore, ecco, pensò Marcy, oltre tutto è solo un amministratore di condomini. Ma dannazione, era davvero un bravo amministratore di condomini! Competente. Costante. Chiaramente pronto per ogni emergenza. Doveva contare più del prestigio di altri lavori fatti dagli uomini con cui era uscita.

A parte il fatto che Tomas non stava uscendo con lei.

Grazie al cielo la zuppa era arrivata.

 

Se qualcuno avesse detto a Tomas che si sarebbe unito al pranzo di compleanno di Marcy Bridges con quella caricatura di famiglia media americana in un mediocre ristorante cinese…quella sarebbe sembrata una buona definizione di inferno.

Quindi, si sorprese non poco quando si rese conto, a metà degli involtini primavera, che si stava divertendo. Il padre di Marcy era così rigido che avrebbero potuto usarlo come espositore in un negozio, e sua madre aveva un’aria da membro delle associazioni di volontariato che lo rendeva nervoso, ma era chiaro che entrambi i genitori amassero le proprie figlie. Sharona aveva un malizioso senso dell’umorismo che lo portava a chiedersi dove Marcy avesse nascosto il suo. E Marcy…

Beh, Sharona aveva ragione. Quando guardavi da vicino, Marcy era davvero attraente in modo poco appariscente ma distintivo. Non era come con quelle gambe stupende o quella bocca così sexy. Aveva a che fare più con il modo con cui presentava, con cui difendeva tutti, da una cameriera lenta ai fanatici di Dangeons & Dragons al liceo con cui non era neanche uscita. Aveva a che fare più col modo con cui guardava il mondo.

Non era che Marcy non notava le persone, adesso Tomas lo capiva. Semplicemente non notava i loro peggior difetti.

Con quel tipo di vulnerabilità, pensò Tomas, era fortunata a non essere stata sacrificata a un male più mondano tanto tempo fa. Sia ringraziato Dio per le donne che non vogliono correre rischi.

“Quindi Tomas” disse il signor Bridges, quando erano a metà antipasti. Tomas non piaceva molto al padre di Marcy, ma non lo stava attaccando, quindi non era un problema. “Come ti sei ritrovato a fare…manutenzione?”

“Sì” disse in fretta Marcy, ergendosi in sua difesa come faceva con chiunque. “Sei così bravo”

Come aveva potuto pensare che Marcy fosse mansueta solo perché non affrontava le persone per far valere le proprie ragioni? Certo prendeva le parti di tutti gli altri! Buffo come l’opinione che il signor Bridges aveva di lui diventasse sempre più importante mano a mano che Tomas capiva più chiaramente la figlia più giovane dell’uomo.

“Avevo problemi a trovare qualcuno che fosse competente e che accettasse di essere sempre reperibile” disse. “Così quando si presentavano delle emergenze, metà delle volte facevo io le riparazioni. Alla fine ho deciso di prendere qualche lezione al negozio di ferramenta e smettere di mettere annunci di lavoro”

Sentì che Marcy lo stava fissando. Ma fu la signora Bridges che chiese “Quindi hai anche responsabilità amministrative, giusto?”

“Sono l’amministratore del condominio” chiarì Tomas. Era la seconda volta che lo diceva, e Marcy continuava a sembrare sorpresa.

“Allora come è andata la rimpatriata, Marcy?” chiese Sharona vivace, per superare il momento di disagio. “Eri depressa, o ti sei sentita riconosciuta?”

“Hai rivisto tanti dei tuoi vecchi amici, cara?” chiese la signora Bridges.

Interessante come Marcy evitò la domanda sugli amici. “È stato abbastanza deprimente” ammise. “Specie per le persone che non c’erano. Ci credi che sette persone della mia classe sono morte? Incidenti stradali, cancro e…incendi! Che probabilità ci sono che tre diverse donne della stessa classe…?”

Tomas aveva messo insieme i pezzi prima che le parole di Marcy si esaurissero. Era possibile che Marcy fosse la numero quattro nella lista di qualcuno? “Madre de Dios” disse Tomas.

Il resto della famiglia Bridges guardò prima lui e poi Marcy, beatamente ignari che nelle menti di Tomas e di Marcy i puntini sistavano unendo a formare un pericoloso disegno.

“Incendi, hai detto?” incalzò il padre di Marcy dopo un momento di disagio. “Brutto modo di andarsene”

Marcy prese un respiro strangolato e Tomas trovò la sua mano sotto il tavolo e la strinse. Nessuno le avrebbe fatto del male. Nessuno.

“Liz Carpenter” disse, drizzando le spalle mentre stringeva a sua volta la mano di Tomas. “E Judith Barstow. E Cassie Adams. Ricordi nessuna di loro, Sharona?”

Sharona fece una smorfia. “Veramente no, grazie a Dio. Cassie non era una cheerleader?”

“Non mi ricordo” disse Marcy. “Vorrei…”

“Buon compleanno a te” si mise a cantare un gruppo di voci dall’altro lato del ristorante, poi i camerieri si avvicinarono con un gruppo di altro personale portando una torta di compleanno, facendo la serenata a Marcy.

“Oh papà” protestò Sharona quando Marcy continuò solo a fissare la scena, sgomenta. “Non l’hai fatto”

“È il suo compleanno” insistette la signora Bridges.

“Quindi le fai passare l’inferno?” chiese Sharona.

Tomas si avvicinò a Marcy. “E io che pensavo che avessimo lasciato l’inferno nell’ascensore”

Il sorriso di Marcy era sbilenco…ma almeno ci aveva provato.

Un giorno, pensò Tomas, Marcy avrebbe dovuto cominciare a far valere le proprie ragioni. Ma più la conosceva, più capiva che non sarebbe stato per una torta di compleanno con i suoi genitori.

Aveva paura di far soffrire le persone.

Tomas sperava che lo stesso non valesse per le persone che meritavano di soffrire.

 

Marcy non voleva salutare la propria famiglia. Non provava una tale ansia da separazione dai tempi del campo estivo. Ma adesso aveva una ragione migliore per voler rimanere aggrappata alla normalità.

Mentre i suoi genitori e Sharona se ne andavano nella loro normalissima monovolume, senza saperlo lasciavano Marcy in un mondo di demoni, maledizioni, possibili morti infuocate…e di sicuro, tuttofare infuocati.

Amministratori, si corresse Marcy, avendo ancora problemi a riadattarsi a quello specifico aspetto della realtà.

“Fammi indovinare” disse Tomas accanto a lei quando l’auto girò un angolo e scomparse. “I tuoi annuari sono nell’armadio, giusto?”

“Sono nella libreria del soggiorno” lo corresse Marcy. “Ma avvicinarsi a quell’appartamento è troppo pericoloso adesso. Dovremmo…solo…”

Non c’era ragione di finire quel suggerimento visto che Tomas si era fermato davanti alla porta del proprio appartamento e l’aveva aperta, ma adesso si stava incamminando verso le scale. “Stai qui. Non aprire nessuna porta da sola”

“Aspetta!” chiamò Marcy.

“No” disse Tomas, scomparendo su per la prima rampa di scale.

Marcy rimase a fissare, irritata, impressionata e invidiosa. Cosa si provava ad avere un impulso e a seguirlo, così semplicemente, su due piedi, e al diavolo le conseguenze? Nessuna valutazione dei pro e dei contro. Nessuna preoccupazione per il peggiore dei casi. Solo pura, impavida azione.

Cosa si provava?

“Spero” mormorò a se stessa Marcy “che non si provi la dannazione eterna”

Poi, esitando ancora un momento, si girò e entrò nell’appartamento di Tomas, chiedendosi per un istante come fosse arrivato alla conclusione che il demone sembrava in grado di raggiungerli solo attraverso le porte.

Per prima cosa avrebbe cercato di scoprire chi era il suo magico molestatore. Poi si sarebbe preoccupata della fonte della conoscenza sull’occulto di Tomas Martinez.

Quando Tomas arrivò con gli annuari, integri anche se un po’ anneriti, Marcy era al computer, intenta a esplorare il sito che uno dei suoi compagni aveva creato per la riunione. Avevano già postato un bel po’ di foto digitali.

“Li ho presi” annunciò Tomas, posando gli annuari sul tavolino.

“Buon per te” disse Marcy senza alzare lo sguardo. Dopo tutto era occupata a controllare le foto. Non voleva rischiare di farsi sfuggire nemmeno un indizio.

“No, davvero” Il sarcasmo dava a Tomas un accento più marcato. “È stato un piacere”

Marcy cliccò su un’altra foto, usando il mouse. “Ho capito”

E a quel punto Tomas stava in piedi accanto a lei, il fianco vicino alla sua spalla, e Marcy non avrebbe potuto ignorarlo neanche se avesse voluto. Non era sicura del perché avrebbe dovuto volerlo. Ma sentì una rigidità nel collo, nelle spalle, una tensione sulla fronte. Il tutto la rese irascibile.

“Che significa?” chiese Tomas quando lei alzò riluttante lo sguardo su di lui. Sembrava di nuovo oscuro e bieco, e anche sporco di fuliggine. Marcy poteva solo immaginare ciò che era successo nell’appartamento. “Hai capito cosa?”

A dire il vero, Marcy non era sicura di poterselo immaginare. Tomas aveva lottato con il demone o ci aveva parlato?

Che stupidaggine, pensò Marcy, e tornò a guardare lo schermo del computer. “Ho capito che è stato un piacere per te” disse. “Per quale altro motivo te ne andresti in un appartamento che si è già dimostrato pericoloso? Ti piace correre dei rischi”

Tomas disse “Ah” Poi si diresse verso il tavolino e si accovacciò comodamente lì accanto.

Marcy ruotò la sedia. “Ah?”

Tomas stava sfogliando gli annuari con movimenti veloci e decisi.

“Quello che tu consideri correre dei rischi per gli altri è la normalità”

Oh. Marcy avrebbe dovuto sapere che Tomas non avrebbe lasciato cadere quell’argomento tanto in fretta. “Credi che andare a letto con chi capita sia l’unico criterio di normalità?”

Tomas fece uno sbuffo esasperato e disegnò un cerchio invisibile intorno a sé con l’indice, a ricordarle la sua definizione di andare al letto con chi capita. “Sono solo andato a letto lì” e puntò il dito in una direzione. “E lì”. Puntò il dito in un’altra direzione, poi si fermò a pensare. “Forse lì, dipende dalla tua definizione. Ma non significa dove capita. Un triangolo, forse. Forse un quadrilatero”

“Questo non rende nessuno di noi più normale dell’altro” insistette Marcy. “Non mi farò ricattare per fare sesso. Dobbiamo scoprire chi mi ha lanciato la maledizione. È l’unico modo”

La grazia felina con cui Tomas si alzò dalla sua posizione accucciata fece stringere la gola a Marcy. “Stavo scherzando prima, Marcy. Ma se non lo scopriamo in tempo? La morte prima del disonore?”

Ad essere onesti, la parola disonore non suonava affatto male come avrebbe dovuto. Non quando Marcy aveva appena ricevuto una tale dimostrazione della potenza delle cosce di Tomas. “Riparliamone alle undici e mezza” disse Marcy, costringendosi a rigirarsi verso il computer.

Tomas sorrise e così semplicemente la tensione si allentò. “È un appuntamento”

Se non troviamo il bastardo che mi ha lanciato la maledizione” gli rammentò Marcy.

“Che c’è, hai altri programmi?”

Marcy sorrise alla schermo del computer, facendo scorrere le foto. Tomas Martinez stava flirtando con lei? Forse aveva ragione. Marcy non era proprio un’esperta nel correre rischi. Era stato così facile restarsene a casa con Palla di neve, dove si sentiva a suo agio e poteva giudicare la felicità della sua compagna dalle fusa che faceva, che aveva perso l’abitudine di socializzare con gli esseri umani.

Approposito…

“Palla di neve” disse Marcy, spingendo indietro la sedia.

Tomas alzò le sopracciglia.

“Mi sono dimenticata di lasciare gocciolare un rubinetto per lei” spiegò Marcy, dirigendosi verso il bagno. “Le piace avere acqua sempre fresca. Qui, micio, micio, micio”

Marcy aprì il rubinetto nel lavandino del bagno e poi lo chiuse fino a farlo solo gocciolare. Non era il modo migliore di risparmiare acqua, ma manteneva i reni della sua gatta in buono stato. “Qui, micetta”

Ma Palla di neve non arrivò di corsa.

Aggrottando la fronte, Marcy tornò nel corridoio. Qualcosa non andava. “Gattina?”

“Forse si nasconde sotto il letto”. Tomas girò un’altra pagina dell’annuario che stava sfogliando e sorrise a qualcosa che aveva visto. Probabilmente una foto di Marcy con l’apparecchio per i denti.

“Non si…” Ma chi lo sapeva, forse Palla di neve aveva preso nuove abitudini da quando il demone si era trasferito nel suo armadio. Andò in camera da letto e si inginocchiò sul tappeto. “Palla di neve?”

Niente gatta. Marcy si era fatta venire le bruciatura da sfregamento per aver guardato sotto il comò, la cassettiera. “Palla di neve!”

“Non riesci a trovarla?” Tomas se ne stava sulla porta. Forse aveva notato qualcosa nella sua voce. Il sollievo di non essere da sola si mescolò con la paura che qualcosa nell’appartamento di Tomas avesse fatto del male alla sua gatta. Aveva lasciato qualche finestra aperta? Messo in giro veleno per i topi o per gli insetti? C’era qualche fessura pericolosa o qualche angolino dove una gatta curiosa avrebbe potuto incastrarsi, o ferirsi…o peggio?

“Deve essere qui” insistette Marcy con la voce spezzata. “Deve esserlo”

“Era in cima al frigorifero”

Tomas la guidò in cucina, ma niente Palla di neve a guardarli dalla cima di qualche armadietto o di qualche altro elettrodomestico. Marcy salì sul piano della cucina per controllare dietro al mobile, ma Palla di neve non era neanche lì.

“Nessuno può essere stato qui da quando ce ne siamo andati, giusto?” chiese Marcy, deglutendo. Nessuno che possa aver tirato fuori qualcosa dall’asciugatrice o dal forno o…”

Marcy fissò la porta del frigorifero e questa volta rifiutò di rimanere inerte. L’aprì con uno strattone violento. E gemette.

Parte IV

 

Tomas reagì immediatamente, stringendo le braccia intorno a Marcy e tirandola via dalla fiammata che schizzò fuori dal frigorifero.

Non riuscì a proteggerla altrettanto facilmente dal lamento felino che uscì mormorando dalle profondità dietro le fiamme, accompagnato da una risatina maligna.

“No!” urlò Marcy, dibattendosi tra le braccia di Tomas. “Palla di neve!”

“Lasciala andare”. Tomas appoggiò la guancia contro quella di Marcy sia per farsi sentire oltre il rumore demoniaco sia per calmarla in qualche modo. “Lasciala andare, Marcy!”

“Non posso!”

“Lo devi fare!”

Un altro miagolio disperato si propagò per la cucina, e Tomas chiuse lo sportello con un calcio. Con un leggero sospiro, il frigorifero si sigillò.

Marcy si liberò dell’abbraccio di Tomas, per nulla intimidita. “No! Non la mia gatta!”

Allungò una mano verso il frigorifero. Tomas l’afferrò per fermarla, e lei lo caricò per toglierlo di mezzo. Se Tomas se lo fosse aspettato forse la manovra non avrebbe funzionato; Marcy non era certo un centro avanti di sfondamento. Ma dato che lo colse di sorpresa, riuscì ad aprire lo sportello quasi trenta centimetri prima che lui riuscisse a richiuderlo.

Entrambi riuscirono a scorgere il latte, salse e pane in cassetta, illuminati dalla luce interna del frigo, prima che lo sportello si risigillasse.

Questa volta quando Marcy aprì l’aggeggio, Tomas la lasciò fare. Di nuovo, solo il normale interno di un frigorifero.

“No” ripeté Marcy, spostando il cibo senza fare attenzione a cosa si rovesciava. “No. Non può avere Palla di neve”

“Marcy…”

Marcy gli lanciò un tale sguardo che Tomas fece un passo indietro. “Perché non mi hai lasciata andare a prenderla?”

“Perché era quello che voleva la creatura! Sei tu quella che vuole. Se avessi seguito quella dannata gatta, si sarebbe potuto chiudere dietro di te in modo permanente”

“Non m’importa!” E cominciò a spostare i contenitori dei take-away.

Tomas l’afferrò per entrambe le braccia e la tirò indietro, richiudendo di nuovo lo sportello con un calcio. “Certo che t’importa!”

“Ma è la mia…” Tomas fissò con orrore gli occhi di Marcy riempirsi di lacrime. Non capiva esattamente come Marcy potesse amare tanto un gatto. Ma non c’erano dubbi sul fatto che le cose stavano proprio così: la pacata Marcy Bridges era capace di provare profondo amore e lealtà.

La tirò verso di sé, e si sentì fortunato ad averne la possibilità. “Certo che lo è. E fin tanto che il portale rimane aperto forse possiamo riprenderci lei e il prete. Ma Marcy, ascoltami. Sei hai ragione e quello che vuole sei tu…”

Marcy guardò Tomas dritto negli occhi, quasi come se avesse un disperato bisogno della sua logica. “Allora quando mi avrà, il gioco è finito?”

Tomas annuì, e Marcy infilò la testa sotto il suo mento, e lui appoggiò la guancia sui suoi capelli. Era una bella sensazione. Tomas sentiva che le cose dovevano andar proprio così e che avrebbe preferito morire piuttosto di perdersi la possibilità di farlo. “Solo che è molto più di un gioco, querida

“Come lo sai?”

Le parole di Marcy lo colsero di sorpresa e, nonostante l’intenso piacere che provava semplicemente a stringerla tra le braccia, Tomas si tirò un po’ indietro. “Cosa?”

Marcy abbassò per un momento lo sguardo, come avrebbe fatto la vecchia Marcy Bridges. Poi, forse perché c’era così tanto in gioco, Marcy rialzò lo sguardo e lo fissò dritto negli occhi. “Ho letto della Wicca e della magia per mesi, Tomas, e tutto questo mi sembra completamente sconosciuto. Ma tu parli la sua lingua. Sembra che tu capisca il suo modo di pensare, di agire. Sei stato tu a dire che se troviamo chi mi ha lanciato la maledizione, possiamo fermare tutto questo. Ma come fai a saperne così tanto?”

Tomas si sorprese per la riluttanza che provava nel dover confessare. Come se l’opinione che Marcy aveva di lui contasse molto più di quanto avesse mai potuto immaginare.

Forse era così. Ma l’opinione che Marcy aveva di lui nella sua totalità, del vero lui, contava di più. Così glielo disse. “È una caratteristica di famiglia”

Marcy inghiottì con forza e la successiva domanda venne fuori gracchiando. “Demoni?”

“No! La magia. La mia abuela, mia nonna, era una bruja. Una specie di strega” spiegò Tomas, studiando la reazione di Marcy per cogliere qualunque segno che gli facesse capire quando fosse stato troppo per lei. “Credeva fortemente nel proteggere il mondo contro i demoni e i diavoli. Non sono mai stato certo se fosse reale o meno, ma l’ho visto e credo…”

Tomas alzò le spalle.

Marcy aspettò.

Tomas disse “Credo che un po’ mi sia rimasto addosso”

Marcy annuì.

Tomas attese lì, di fronte a lei, in cucina. Aveva parlato delle particolarità della sua abuela a poche persone al di fuori della sua cultura, e tutto quello che Marcy era capace di fare era annuire?

Poi Marcy gli si avvicinò, si mise sulla punta dei piedi e lo baciò. Tenera. Leggera. Ma per nulla timida.

La sensazione lo attraversò come limonata in una giornata afosa. La riconobbe, nonostante non avesse mai provato nulla di simile prima. Madre de Dios.

Si stava innamorando di Marcy Bridges!

“Grazie per essere qui” sussurrò Marcy, mentre rimetteva i piedi completamente a terra.

Tomas avrebbe potuto rispondere con un semplice prego. Avrebbe potuto fare un’altra battuta sul vaccinarla contro il sacrificio occupandosi di quel piccolo problema della sua verginità. Ma la sua verginità non era un problema e, ad essere onesti, Tomas capiva perché Marcy non si sarebbe fatta ricattare a fare qualcosa contro la sua volontà.

La rispettava moltissimo per quello.

Così disse “Andiamo a ridare un’occhiata a quelle fotografie”

 

Circa mezz’ora dopo trovarono il loro uomo.

Successe quando, dopo aver avuto poca fortuna con gli annuari e le foto delle riunioni di classe precedenti, Marcy pensò di cercare più informazioni sui compagni deceduti. Mentre Tomas controllava ogni possibile foto nei vecchi libri, Marcy fece ulteriori ricerche su Internet ed ebbe la conferma che tutte e tre le donne erano morte in incendi sospetti.

“Quanto sospetto” chiese Tomas dal divano, “è sospetto?”

“Sembra che i corpi siano bruciati più di qualunque altra cosa intorno a loro. Ho trovato un sito che usa una delle morti per provare l’esistenza della combustione spontanea”

“D’accordo” disse Tomas. “Quello è sosp…Aspetta un attimo”

Marcy si girò per guardarlo. Era una gran bella vista: Tomas era chinato verso il tavolino, gomiti sulle ginocchia. Marcy si sentì in colpa per aver ammirato le linee lunghe e sinuose del suo corpo, quando un prete e Palla di neve erano entrambi spariti, forse…

Ma no. Marcy non poteva permettersi di accettare la possibilità che fossero morti come lo erano Liz Carpenter, Judith Barstow e Cassie Adams, e ancor meno poteva pensare che stasera lei stessa

No.

Non sarebbe diventata la sposa di quella cosa infuocata che le dava la caccia fin da quella mattina, specie se significava che la persona che le aveva fatto tutto questo avrebbe ricevuto un qualche tipo di punti di merito demoniaci. Sarebbe andata a letto con Tomas prima di lasciar succedere una cosa del genere…

Marcy si rese conto che l’idea di andare a letto con Tomas Martinez non era poi così sgradevole.

Avrebbe preferito prendersi del tempo, per conoscerlo meglio, per avere una ragione migliore che qualche tipo di scadenza demoniaca.

Una ragione come l’amore?

Distolse in fretta lo sguardo dal quell’uomo longilineo e scuro che stava sfogliando i suoi vecchi annuari. Vero, Tomas l’aveva aiutata più di una volta. E sembrava andar d’accordo con la sua famiglia. E i suoi baci le davano la speranza che dopo tutto i film melensi e i romanzi d’amore l’avessero vista giusta su alcune cose. Ma c’erano buone possibilità che Tomas non provasse una grande attrazione per lei. Baci a parte. Ma le circostanze l’avevano in pratica sfidato a baciarla. Forse Tomas stava facendo tutto questo perché era un amministratore coscienzioso, o perché col sequestro del suo prete la faccenda era diventata personale.

D’altra parte, Tomas le aveva detto delle cose carine a pranzo. E i baci potevano essere più di una sfida.

Era possibile che innamorarsi potesse essere tanto facile?

Se qualunque cosa di quella giornata poteva definirsi facile.

Poi Tomas disse “Ecco! Marcy, guarda qui!”

Marcy fu felice di andargli vicino e non solo perché forse aveva trovato la soluzione a tutta quella situazione. Fu felice perché, sedendosi sul divano, l’inclinazione dei cuscini la fece scivolare fino a sfiorargli una coscia e lei si sentì sorprendentemente in pace.

Sorprendentemente al sicuro.

Tomas le fece vedere una lucida foto in bianco e nero dei primi anni novanta che mostrava un gruppo di cheerleaders, nella formazione a piramide, e Cassie Adams era lì, la seconda dalla cima.

“Era una cheerleader” disse Marcy. “Che importanza ha?”

Tomas mosse l’indice, che stava indicando Cassie, per farle notare una piccola figura in piedi sullo sfondo della foto, che stava osservando la scena. “Quello chi è?”

Così, semplicemente, Marcy capì. Il suo buon senso faceva fatica a star dietro a una tale intuizione: avevano bisogno di altre prove prima di andarsene in giro ad accusare la gente di qualunque cosa, meno che meno di magia nera. Eppure, Marcy sentiva che era la strada giusta.

“Quello è Rick Everitt”, disse Marcy, ricordando come l’ex giocatore di baseball fosse venuto a cercarla la sera prima. Come non sembrava affatto cambiato dai tempi del liceo. Come le sue attenzioni da cagnolino l’avessero messa a disagio.

Ma non una sensazione di disagio tipo aiutatemi è pericoloso. Era stata una sensazione di disagio del tipo come posso trovare veri amici senza urtare i sentimenti di questo tipo. Sembrava più una possibile vittima che un praticante delle arti demoniache!

“Che cosa ti fa pensare…?”

Ma Tomas aveva già girato un’altra pagina. Era il club di spagnolo, e Liz Carpenter, quale presidente del club, stava in piedi,orgogliosa, da un lato.

Una fila dietro di lei c’era Ricky Everitt, gli occhi fissi su di lei invece che sull’obbiettivo.

Marcy ebbe serie difficoltà a inalare il respiro successivo. Anche prima che Tomas le mostrasse la terza foto che aveva trovato, Judith Barlow che ballava nel corridoio e Ricky Everitt che la guardava mezzo nascosto dietro la porta di un armadietto, Marcy sapeva che era lui.

“Sono uscita con lui una volta” disse Marcy, o almeno ci provò. La voce suonava strana anche alle sue orecchie. “Era così…formale. Non riuscivo a rilassarmi con lui intorno”

“Forse non riuscivi a rilassarti con lui intorno perché in qualche modo sapevi che era uno svitato?” la sfidò Tomas.

“Ma non lo era! Era un giocatore di baseball e uno studente mediocre. Timido. Pacato. Mai nei guai”

“Non è quello che i vicini dicono dei serial killers?”

“E delle persone timide e pacate che non si mettono mai nei guai”

Tomas disse “Credo che dovremmo parlare con qualcuno dotato di maggior spirito d’osservazione”

 

“Ricky Everitt?” ripetè la voce di Sharona attraverso il viva voce. “Era quello che per pranzo si mangiava sempre il ketchup direttamente dalle bustine?”

“Quello era Rodney Pruitt” disse Marcy. “Ricky era nella squadra di baseball”

Marcy incontrò lo sguardo di Tomas mentre Sharona faceva “Hmm”. Poi sua sorella disse “Sì! Adesso mi ricordo. Sei uscita con quel tipo una volta, giusto? E io ti ho detto di non lasciarti portare in nessun cimitero”

Tomas alzò le sopracciglia, un’espressione tra la curiosità e l’accusa.

Marcy disse “Non l’hai detto!”

“Sì che l’ho detto! O avrei voluto. Quel tipo era inquietante”

Tomas allargò le braccia e con la bocca mimò Inquietante come?

“Inquietante come?”

“Gli piaceva sezionare le cose a biologia. Gli piacevano le lingue antiche così tanto che crearono un corso di greco all’ultimo anno solo per lui. Disegnava teste di capra sul quaderno degli appunti. Sai…inquietante!”

Marcy rimase a fissare il viva voce, inorridita. “E tu mi hai lasciata uscire con lui?

“Con l’avvertimento sui cimiteri” le ricordò Sharona. “Non hai mai voluto sentire parlar male di nessuno. È per questo che non ti ho mai detto quanto fosse arrabbiato dopo”

“Arrabbiato? Per cosa?”

Ci fu un lungo silenzio al telefono. Poi Sharona chiese “Perché vuoi saperlo?”

Marcy pensò alla svelta. “Qualcuno ha infilato un bigliettino sotto il mio tergicristallo alla riunione di ieri sera” mentì. “Una specie di lettera d’amore…ma non riuscivo proprio a leggerla. Solo qualche parola. È inquietante”

Come storia non era un granché, ma non faceva poi neanche così schifo.

“Quindi Tomas sta cercando di capire chi deve prendere a pugni?”

Certo che la famiglia di Marcy aveva fatto in fretta a credere all’intera storia degli appuntamenti con Tomas, vero?

Così come a credere che Tomas prendesse a pugni la gente. Effettivamente dava quell’impressione.

“Hai detto che Ricky era arrabbiato? Con me?”

“Ah, ah”

“Sono uscita con lui!”

“Sì” confermò Sharona. “Ma non gli hai dato il bacio della buona notte”

 

“Non ha nemmeno cercato di darmi il bacio della buona notte” disse Marcy mentre Tomas si preparava ad andare a prendere a pugni Richard Everitt.

In questo caso, voleva dire trovare il numero di telefono e l’indirizzo nell’elenco telefonico. Interessante che un uomo che vuole vendicare le proprie frustrazioni su donne innocenti si fidi abbastanza da far mettere il proprio numero in elenco.

“Quindi, credi che abiti in periferia, in centro o a quindici chilometri da qui?” chiese Tomas, confrontando i vari Richard Everitt.

“Quindici chilometri da qui. Ieri sera ha accennato che abitava nella vecchia casa dei suoi genitori”

Tomas fece un cerchio sull’elenco e poi strappò la pagina infilandosela in tasca. Non era come se non ricevesse un nuovo elenco del telefono praticamente tutti i mesi.

“Mi ricordo che all’epoca, avevo quasi sperato che mi desse il bacio della buona notte” continuò Marcy, seguendo Tomas fino all’attaccapanni a muro vicino alla porta d’ingresso. “Sembrava che facesse parte di una qualche misteriosa serie di requisiti del vero appuntamento, sai? Ma credevo che fosse il ragazzo a dover prendere l’iniziativa, e lui disse solo buona notte, così io dissi buona notte, e fu tutto. Dopo di che non mi rivolse più la parola a scuola…il che fu un sollievo, dato che non era stato chissà che appuntamento. Ma penseresti che se lui…Dove stai andando?”

Tomas si stava infilando la giacca di pelle. Le lanciò uno sguardo che diceva “non è ovvio?”

Marcy disse “Lasciami prendere la borsa”

“No”

“No?”

“Tu rimani qui dov’è sicuro” E si girò per andarsene.

Marcy lo afferrò per la cintola dei jeans e lo tirò indietro. A fermarlo fu più la sorpresa che la forza di Marcy. “Scusami?

“Me ne occupo io”

“Non penso proprio!”

Grandioso. Adesso si faceva venire il fegato? “Ti ho già detto che la mia abuela sa tutto su come ci si protegge da questo tipo di persone”

“Quindi forse dovremmo chiedere alla tua abuela

Ammettere una cosa del genere era imbarazzante quasi quanto averle fatto sapere che aveva fatto venire un prete. “Ci ho provato. Non si ricorda”

“Allora io sono la cosa più vicina a un praticante di magia che hai, giusto?”

Tomas scoppiò a ridere, mise una mano dietro e si liberò dalla presa di Marcy. Non qualcosa che avrebbe fatto di normale ma queste erano circostanze eccezionali. “Non vorrai mica chiamare magia quell’incantesimo che hai fatto ieri sera?”

“E comunque” disse Marcy, con aspetto feroce, “non è Rick a volermi. Sta cercando di sacrificarmi, ricordi? È il demone che mi vuole”

Tomas aveva afferrato la maniglia della porta ma esitò, chiudendo gli occhi. Dannazione.

“È il mio appartamento” insistette Marcy. “È una mia responsabilità”

Aveva ragione.

Così Tomas si girò sconfitto. “Devi cambiarti, metterti dei pantaloni e una giacca. Prendiamo la mia moto”

 

Rick Everitt abitava in una strada tranquilla di un vecchio sobborgo, con alti alberi ricoperti di foglie e le cassette delle lettere accanto alle porte d’ingresso. Non sembrava il tipo di posto dove qualcuno avrebbe potuto invocare dei demoni.

D’altra parte, se Rick aveva messo tutto in moto quando frequentava il liceo, questo era il posto dove aveva iniziato la sua carriera, da solo nella sua camera da letto. Perché non continuare?

Quando Tomas pensò a cos’altro il ragazzo aveva probabilmente fatto da solo in camera da letto, pensando a Marcy Bridges, decise che prenderlo a pugni per fargli togliere la maledizione sarebbe stato un piacere. Parcheggiò la moto accanto al marciapiede di fronte, tirò giù il cavalletto e spense il motore.

Adesso doveva districarsi dalle braccia di Marcy che lo stringevano in vita. Approposito di piaceri…

“Adesso aspetterai qui?” pregò. “Non ci sono neanche porte qui fuori. Lo sai che quella cosa sembra apparire quando si apre una porta”

“Veramente, no” disse Marcy, smontando dalla moto e sfilandosi il casco di riserva. “Non lo so. Quella è la tua teoria. E questo è il mio problema”

Tomas appese entrambi i caschi ai manubri prima di affrontarla, cercando di apparire il più pericoloso possibile. E poteva davvero essere pericoloso. Marcy doveva capirlo. “Non affronterai questo tipo da sola”

Qualcosa di strano fece capolino nello sguardo di Marcy. Qualcosa di quasi…triste? Ma tutto ciò che disse fu “Non ho detto che posso fare questa cosa da sola. Ho detto che vengo con te”

Tomas capì che era il meglio che potesse ottenere.

 

Marcy desiderava essere in grado di cavarsela da sola.

Mentre si incamminavano verso la porta principale e suonavano il campanello, Marcy si sentì sempre più inutile. Tomas aveva fatto praticamente tutto lui fino a quel momento. Aveva trovato il prete. Aveva parlato con sua nonna. Aveva lottato con il demone più di una volta. L’aveva protetta e si era messo in pericolo, e aveva sopportato la sua famiglia abbastanza bene invece di dire loro che non aveva mai avuto alcun interesse per lei. Aveva anche avuto la maggior parte delle idee del magico senso comune, o forse non comune, che avevano usato.

E lei che aveva passato l’ultimo anno della sua vita leggendo di magia nella disperata speranza di trovare qualche briciolo di potere innato, aveva fatto poco più che ricerche col computer. Adesso che sapevano praticamente tutto quello che c’era da sapere, e il momento del confronto era alle porte, aveva ancora bisogno di Tomas per mettere fine alla faccenda.

Ma almeno poteva essere lì.

Ma quando Rick rispose alla porta, Marcy pensò che forse avrebbe potuto sopraffarlo da sola.

Rick Everitt era magro come lo era stato al liceo, ma mentre gli adolescenti che hanno finito di crescere in altezza hanno una ragione per avere quell’aspetto goffo e allampanato, un uomo di quasi trent’anni sembra solo…fragile. Anche il taglio di capelli era lo stesso che aveva sfoggiato al liceo, corti dai lati e lunghi davanti, e indossava perfino jeans e una maglietta con la scritta Forza, Lumberjacks!

Al dito portava anche l’anello della scuola. La sera prima Marcy aveva creduto che fosse per via della riunione.

“Posso aiutarvi?” chiese, lo sguardo preoccupato focalizzato su Tomas, fino a quando non notò Marcy accanto a lui. “Aspetta, io ti conosco. Marcy del liceo, giusto? Marcy…Bridges?”

Sorrise, felice di vederla, e lo stomaco di Marcy si rivoltò. E se si sbagliavano? E se Tomas pestava il ragazzo sbagliato?

“Ciao, Ricky” disse Marcy, facendosi strada a spallate per infilarsi tra il povero, ignaro ragazzo e il suo teso tuttofare. “Voglio dire, Rick”

“Mi chiamano ancora Ricky” la rassicurò. Beh…andava di pari passo con la maglietta, vero?

“Questo ti sembrerà un po’ bizzarro” lo avvertì Marcy, “ma mi sono capitate delle cose strane dopo la riunione di ieri sera, e mi chiedevo se tu conoscessi nessuno della nostra classe che potrebbe aver…”

La spalla di Marcy andò a sbattere contro lo stipite della porta quando Tomas la spinse nell’entrata, prendendo Rick per il colletto della maglietta. “Che diavolo le hai aizzato contro, figlio di puttana?”

Gli occhi di Rick si spalancarono. “Cosa?”

Marcy si precipitò verso di loro, sperando che nessuno chiamasse la polizia. Sarebbe stato davvero difficile spiegare tutta quella situazione alle autorità. “Tomas, aspetta!”

Tomas avanzò, con Ricky che sgattaiolava all’indietro di fronte al potere personale di Tomas. “Eri frustrato perché non ti aveva baciato dopo il vostro piccolo appuntamento, vero? Quando eri tu a non avere i cojones per fare la prima mossa. Dio solo sa quante donne hai incolpato per la tua miserabile disperazione, ma questa non andrà a sfamare il tuo piccolo demone, capito?”

Si fermarono solo quando Ricky andò a sbattere contro la parete in fondo alla stanza. “Non so di cosa state parlando!”

La voce venne fuori soffocata. Probabilmente perché la presa di Tomas sul colletto lo stava strangolando.

Marcy afferrò il polso di Tomas e tirò. Con entrambe le mani. Nessuna reazione, nemmeno quando fece forza con tutto il suo peso.

Wow, era forte.

“Dobbiamo essere sicuri che sia davvero lui” insistette Marcy.

“È davvero lui” ringhiò Tomas.

“Non ti lascerò far del male a un innocente” lo avvertì.

Lo sguardo che Tomas le lanciò era quasi beffardo. Lui era il grande e grosso ragazzo latino, dopo tutto, con il suo tatuaggio e i lunghi capelli intrecciati, e lei era solo Marcy. “Come pensi di…ahi!”

Gli era appena saltata su un piede, con forza. Quando lui si chinò, Marcy gli diede una gomitata sul naso. Con un grugnito, Tomas si allontanò, le mani a coprire il viso.

Marcy lo fissò, esterrefatta di essersi ricordata quelle mosse imparate al college durante una lezione di auto difesa.

Non le aveva mai provate prima. Non aveva mai pensato che ne avrebbe avuto, beh, i cojones.

Era una bella sensazione.

Ricky Everitt emise un lamento e scappò da una porta laterale, per mettersi al sicuro. E probabilmente per chiamare i poliziotti.

Tomas era ancora leggermente piegato, entrambe le mani premute sul naso, ma le era di nuovo di fronte. “Ghe biavolo eba buello?”

Sembrava voler dire Che diavolo era quello? La domanda andava d’accordo con la furia che gli divampava negli occhi da tigre.

“E se non era lui?” chiese Marcy. “Come potrebbe? Lo hai visto? È solo un…”

“Un babbamolle?”

“Non l’avrei messa proprio così, ma sì”

“Ghe albro bibo bi bersona arebbe bisogno bi brovare gombensazioni invogando bemoni?”

“Che altro tipo di persona avrebbe bisogno di trovare compensazioni invocando demoni?”

Tomas, sfiorandosi il naso con delicatezza, rimase a fissarla torvo.

“Aspetta un momento! Anch’io ho studiato un po’ di magia…”

Tomas fece roteare gli occhi.

“L’ho fatto. E forse non era per compensare niente. Forse era perché…perché ne sentivo la vocazione”

Qualcosa si stava facendo strada nella consapevolezza di Marcy, qualcosa di lieve ma significativo.

“Forse perché sembrava la cosa giusta” continuò.

Era un odore.

“Forse perché…” Poi si fermò, e annusò. Oh, no.

Tomas aggrottò la fronte e riuscì a chiederle “Gosa?” con il naso appena chiuso.

“Lo senti quest’odore?”

“Marcy, non senbo nen…” Provò di nuovo, più lentamente “Niente”

Marcy si girò e guardò verso la porta da cui Ricky Everitt era scappato. Oh no. Si era sbagliata.

“Zolfo”

 

Tomas dimenticò che Marcy gli aveva dato un pugno in faccia e cercò di aprire la porta. Chiusa.

Beh, lui conosceva le porte dannatamente bene. Questa era di legno, vecchia di almeno quarant’anni e inserita malamente nel telaio.

Gli ci volle solo un calcio deciso sullo stipite per buttarla giù.

Gli ci volle di più per riuscire a capire quello che c’era dall’altra parte.

Una volta la stanza era stata un soggiorno/salotto con pannelli di legno scuro alle pareti, probabilmente molto alla moda all’epoca in cui la casa era stata costruita, e tanto di angolo bar con bancone. Ricky aveva mantenuto la moquette a pelo lungo color avocado, i pannelli, l’angolo bar. Aveva mantenuto la vetrinetta con i piccoli trofei e le coccarde, l’espositore a rastrelliera con le vecchie mazze da baseball.

Ma aveva dipinto un cerchio sul pavimento peloso con strani simboli occulti lungo il margine, tipo quelle cose che si vedono nei film horror di serie B. Aveva trasformato il bancone dell’angolo bar in una specie di altare, completo di teschio, candele e un grosso libro. E aveva appeso stendardi grotteschi alle pareti scure, strani disegni dipinti con qualcosa che Tomas non voleva sapere cosa fosse.

Tutte tranne la parete dietro l’altare. Quella era decorata con una serie di fotografie di ragazze adolescenti, incluse parecchie di quelle che Tomas aveva visto negli annuari di Marcy. Diverse fotografie sembravano più recenti, forse della riunione di classe.

Quel figlio di puttana!

“So cosa state pensando” disse Ricky Everitt, facendo il giro con circospezione dietro il bancone del bar. “Vi state chiedendo perché…”

Ma Tomas saltò oltre l’altare di formica e sbatté il bastardo contro la sua parete dei desideri prima che l’uomo potesse anche solo finire.

Ricky squittì terrorizzato.

“Credi che m’interessi?” chiese Tomas, usando tutto il suo peso per tenere quel adoratore di Satana fai da te immobile contro la parete, respirandogli in faccia. Stava attento a pronunciare le parole visto che il naso gli faceva ancora male. “Credi che me ne freghi qualcosa di sapere quale miserabile parte della tua piccola vita da perdente ti abbia fatto credere di avere il diritto di far del male a delle donne innocenti?”

“Ma non erano innocenti” protestò Ricky, cercando di spostarsi. Non aveva la minima possibilità di riuscirci. “Quello è il motivo per cui dovevamo andare avanti. Noi…”

Tomas piantò le dita nella spalla del pappamolle pelle e ossa, scuotendolo di nuovo tanto da fargli sbattere la testa contro la parete. Lo guardò torvo, abbassò la voce fino un ringhio ancor più minaccioso e lasciò che un po’ dell’accento dei suoi genitori si facesse strada tra le parole. “Perché stai ancora parlando?”

Ricky serrò le labbra con forza, e Marcy, che stava dietro a Tomas, disse “Voglio sapere”

Tomas fece roteare gli occhi, incapaci di trattenere un sospiro. Ma almeno aveva smesso di cercare di proteggere quel rifiuto umano. “Quello che voglio sapere io” disse Tomas, “è quanto in fretta il nostro Ricky qui può richiamare il suo piccolo mostro”

Ricky disse “Non posso”

Tomas lo scosse di nuovo. “Risposta. Sbagliata”

Marcy chiese “Che significa che devi andare avanti?”

Ricky guardò con occhi spaventati Tomas che con riluttanza annuì “Fai alla svelta”

“Daiesthai richiedeva in pagamento solo una vergine, solo una, quindi era strano che dovessi procurare un’intera lista di nomi e fotografie e ciuffi di capelli…”

Tomas e Marcy ripeterono all’unisono “Ciuffi di capelli?”

“O bastoncini di lecca lecca o gomme masticate o fazzolettini usati, qualunque cosa con sopra il loro DNA. Non avrei mai pensato che sarebbe andata avanti fino alle altre, come Marcy, ma chi lo sapeva che Jenny Black fosse una tale sgualdrina?”

Tomas sbattè le palpebre. “Jenny Black?”

“Morì durante una festa al terzo anno” A giudicare dal suo tono sommesso, Marcy sapeva esattamente di chi stavano parlando. “Secondo le voci che giravano stava facendo uso di droga e si diede fuoco…”

“Quattro? Hai ucciso quattro donne?” Tomas si rese conto che non avrebbero mai potuto provarlo in tribunale.

Decise che si sarebbe preoccupato di quello una volta che il problema di Marcy fosse stato risolto, non importa a quale prezzo per Ricky.

“Poi venne fuori che dovevamo aspettare più di due anni prima che Daiesthai potesse riprovarci” continuò Ricky con voce tremante. “C’è sempre il trucco, vero? Quello, i campioni di DNA fresco, la stupida formula…”

Come se si stesse lamentando di un cattivo contratto per l’acquisto di un’auto!

Marcy disse “E dopo i due anni?”

“Liz era alla Columbia e comunque pensai che non doveva più essere vergine. Poi Judy. Diavolo, quando arrivammo a Cassie non solo si era sposata ma aveva anche già divorziato!”

“Così le hai uccise” disse Tomas.

“No! Daiesthai le ha uccise! Io ho solo, tipo…puntato il dito”

“Ma perché?” chiese Marcy. “Che cosa ci guadagni tu da tutto questo?”

Ricky sorrise. Tomas era abbastanza vicino da strappargli via il naso con i denti, e dell’umore per farlo, e il bastardo sorrideva con espressione bramosa e distante come chi ripensa a un vecchio amore. “Qualunque cosa voglia” disse, assaporando le parole. “Qualunque cosa. Ricchezza. Potere. Donne. Ve lo immaginate? Non potevo crederci quando riuscii a tradurre l’incantesimo, mentre facevo la tesina sulle lingue antiche. Voglio dire, chi non rischierebbe qualche vita per avere qualunque cosa desideri?”

Tomas guardò Marcy. “Adesso lo uccido”

Ricky disse “Non se vuoi riavere la gatta”

Merda. Tomas vide il cambiamento in Marcy solo a sentire quelle parole. “Palla di neve?” gli fece eco. “Dove?”

Ricky disse “O il prete” Come se fosse un nota a piè di pagina.

“Non lo fare” mise in guardia Tomas, conoscendo la futilità delle proprie parole anche mentre le pronunciava. Diavolo, al posto di Marcy, non avrebbe fatto anche lui lo stesso?

“Dove?” chiese Marcy. “Dimmi come facciamo a riprenderli”

Tomas mollò la presa sulla spalla di Ricky e lo prese per la gola. “E dille qual è il prezzo”

Tomas non aveva mai ucciso nessuno prima, anche se ci era andato vicino durante qualche rissa. La certezza che adesso poteva farlo era allo stesso tempo inquietante e soddisfacente.

“Attraverso quella porta” disse Ricky.

Tomas guardò in fretta prima Ricky e poi Marcy, avanti e indietro. Uno che usava la magia senza preoccuparsi della gente che ci lasciava la vita, un’altra che poteva a mala pena raccogliere abbastanza forza di volontà per fare un incantesimo innocuo a proprio beneficio. Tomas sapeva su chi avrebbe scommesso se fosse stata una gara. “Marcy…”

“So cosa vuol dire una porta” disse Marcy dirigendosi lentamente proprio verso una. Dannazione. “Quello che è successo non è colpa di Palla di neve, o di Padre Gregory”

“Ma non è neanche colpa tua, querida

“Forse no, ma loro non avevano nemmeno una scelta” Marcy rimase in piedi di fronte alla stretta porta. “Almeno io ho una scelta. Deve pur valere qualcosa, no? E scelgo di correre questo rischio”

Ricky cercò di approfittare della distrazione di Tomas per liberarsi, così Tomas si rigirò verso di lui e strinse la presa. “Se le capita qualcosa, non vivrai abbastanza per avere quello che desideri”

“L’avrò se esprimo il desiderio prima di morire” Ricky stava ansimando per mancanza d’aria, ma riuscì a lanciare uno sguardo verso il libro aperto sull’altare, oltre il gomito di Tomas, e con voce rauca a gridare “Elate se me!”

Tomas lo fissò “Cosa?”

Marcy allungò una mano e aprì la porta, facendo uscire una vampata di calore devastante.

 

Parte V

 

Avrebbe potuto benissimo essere la cosa più stupida che avesse mai fatto. Marcy lo sapeva. Stava rischiando non solo la sua vita ma anche quella del prete e della sua gatta.

E quella di Tomas. Oh Dio. Quella di Tomas.

Ma fu anche il suo momento più coraggioso.

Il calore la colpì come un’onda d’urto, scoppiando all’interno della stanza. Dietro la porta ma allo stesso tempo non lì, nel mezzo del caos turbinante di qualche tipo di dimensione infernale parallela, si ergeva il demone. Quello che aveva intrappolato Marcy nell’ascensore. Che l’aveva sfiorata su e giù per il corpo con le sue fiamme. Che aveva forzato pensieri di sconfitta nella sua mente, contro la sua volontà.

Ma questa volta non rimase dietro la porta.

Fumante e malformato, entrò nella stanza con andatura dinoccolata, e momento più coraggioso o meno, Marcy fece tre passi indietro. La creatura si dilatò, larga, sempre più larga fino a che le corna di fuoco tremolante sulla sua testa bruciarono il soffitto e la larghezza delle sue spalle arancione, nera e scarlatta sfiorò le modanature della stanza. Dietro il demone, delle specie di salamandre strisciarono attraverso il portale e lungo le pareti, lasciandosi dietro scie fuligginose. Uno svolazzamento di saettanti creature simili a pipistrelli turbinò fuori dal portale e si mise a girare per la stanza come un qualche circo demoniaco impazzito.

Dietro di lei, Marcy sentì Rick chiamare “Eccola…”

Ma le sue parole vennero soffocate nel silenzio. Tomas.

A quanto sembrava Sharona aveva avuto ragione riguardo le doti più violente di Tomas.

Lì nello strano tempio di Ricky, la creatura sembrò finalmente trovare la propria voce. Le sue parole ruvide esplosero non solo nella testa di Marcy, a volume altissimo, ma intorno a lei. Fecero tremare il vetro dell’espositore di Ricky e fecero sventolare gli stendardi appesi alle pareti. Grazie, ringhiò in direzione di Ricky.

Poi si girò per sovrastare Marcy, un inferno di piacere sadico, di desiderio, di avidità…

E lei fece roteare la mazza da baseball che aveva preso dalla rastrelliera di Ricky mentre nessuno guardava.

Marcy mise nel colpo ogni briciola di forza che possedeva. Ogni briciola di tristezza che aveva provato da quando aveva aperto l’armadio quella mattina. Ogni briciola di rabbia all’ingiustizia di tutta quella situazione. Ogni briciola di furia che qualunque cosa stesse succedendo con Tomas Martinez poteva non avere la possibilità di trasformarsi in qualcosa di meraviglioso. Fu grandioso. Liberatorio. Catartico.

Fino a che la mazza non colpì la creatura e lo shock del contraccolpo si riverberò lungo le sue braccia e le sue spalle. Dolore!

Dietro di lei, Marcy pensò di sentire Ricky dire qualcosa tipo “No, no, no”, Forse Tomas non l’aveva ucciso dopotutto.

La creatura demoniaca fece un suono strano, strangolato, che Marcy capì essere una risata. Si curvò ancora di più sopra di lei, fissandola con baluginanti occhi di brace, rosso sul nero, e l’ombra dove avrebbe dovuto esserci la bocca si dilatò.

Carino, disse con voce cupa.

Credeva che fosse carina? Nel senso di divertente?

Dannata accondiscendente progenie dell’inferno! Marcy roteò di nuovo la mazza e questa volta il colpo le dislocò quasi una spalla, ma lei continuò a colpire, pronta a cadere combattendo se doveva proprio cadere.

La mazza prese fuoco tra le sue mani, cominciando dall’estremità arrotondata per poi divampare in fretta lungo tutta la lunghezza come un fiammifero troppo asciutto.

Marcy la lasciò cadere prima che il fuoco le raggiungesse le mani, e la stanza tremò alle successive parole del demone.

Molto carino.

Come un cagnolino. Come un gattino. Come qualcosa senza alcun potere, qualcosa con cui si può giocare, o schiacciare, comunque si desideri.

Marcy fece un altro passo indietro, riconsiderando seriamente il suo momento più coraggioso. Il demone si allargò, tendendosi, allungandosi verso di lei.

Il “No, no, no” dietro di lei si avvicinò, e Tomas e Ricky, avvinghiati l’uno all’altro, caddero nello spazio infuocato tra lei e il demone.

“No!” gemette Ricky. Ma non poteva tenere testa a Tomas che lo stava tirando a forza verso la porta che Marcy aveva aperto. Tomas non aveva mai avuto una espressione tanto crudele, minacciosa, competente.

Dio, ma avrebbe potuto davvero amarlo.

Poi Tomas spinse Ricky attraverso la porta. Il demone sfrigolò, È sufficiente.

E con un’improvvisa folata di aria calda, la porta si richiuse, lasciandosi dietro la più completa normalità.

Normalità, e niente Tomas.

Marcy rimase a fissare, ansimando, per poco più di un momento. Poi si lanciò in avanti, aprì la porta con uno strattone e quasi inciampò sulla tazza del gabinetto in un piccolo, normalissimo bagno.

No. No! Non l’avrebbe perso.

Disperata, corse verso il bancone dell’angolo bar e guardò il grimoire di Ricky. All’inizio della pagina, a grandi lettere, c’era scritto:

damouaz

Di sicuro non era latino. Greco, forse? Qualunque cosa fosse, Marcy non riusciva a leggerlo…eccetto che la prima lettera sembrava una D. Poteva essere il nome con cui Ricky aveva chiamato il demone? Che cos’era…

Daiesthai.

Non le servì a molto; non riusciva a leggere la breve frase che veniva dopo, e non riusciva a ricordare abbastanza chiaramente per ripeterla. Le era sembrato qualcosa tipo “El” ma cosa? Cosa?

Con orrore sentì le lacrime bruciarle gli occhi. Non avrebbe dovuto esitare tanto nell’imparare la magia, non avrebbe dovuto avere tanta paura di disturbare l’universo. Adesso poteva essere troppo tardi. Adesso tutto quello che le rimaneva era il suo misero potere…

Ma questa volta non poteva concedersi il lusso di quel genere di pensieri. Misero potere? Che diavolo la rendeva tanto misera? Va bene, non parlava greco, o latino, o qualunque altra lingua fosse.

Corse di nuovo verso la porta, verso il bagno, e la chiuse. Poi si mise dritta, prese un bel respiro, e con ogni briciola di potere che possedeva urlò “Daiesthai, apriti!

E aprì la porta.

E una fornace di calore si sollevò verso di lei. L’inferno, di nuovo.

Marcy ripensò all’incantesimo che aveva fatto la sera prima, a tutto quello che aveva letto per mesi. Poteva farcela. Doveva farcela.

Allargò le mani, allargò le braccia come ad abbracciare tutto quello che le era stato donato. Ogni attimo di vita. Ogni goccia di speranza. La sua famiglia. Gli anni passati con Palla di neve. La sua giornata con Tomas…

E improvvisò.

“Invoco la Dea dell’Universo” chiamò. “Attingo al tuo potere per il bene di tutti e in accordo con la libera volontà di tutti. Proteggi me e ciò che è mio in mezzo a questa oscurità. Lasciami vedere più chiaramente, per donare di più al mondo. In nome di tutti i doni che mi sono stati concessi, così sia!”

E attraversò il portale.

Stava cadendo, precipitando attraverso la più oscura delle oscurità, lanciata nel caos e nella confusione, nel calore e nella miseria. Le urla dei dannati echeggiavano intorno a lei. Sibili e fruscii e urla di disperazione la ferivano ma lei rimaneva aggrappata alla propria gratitudine come se fosse un salvagente. Alla propria gratitudine, e a un’altra cosa.

Amore.

Quando guardò nel profondo dentro se stessa, dove la sua forza era sempre stata, dormiente, in attesa che lei vi accedesse, percepì una luce. Una connessione. Era amore, e non solo per la sua adorata gatta. L’amore spingeva la sua anima verso qualcun altro, lì fuori nel caos. La spingeva verso Tomas Martinez.

Si allungò e disse “Lì”. O almeno pensò di dirlo. In quel grande vuoto ribollente, non udiva nessun suono.

Ma le sua braccia, che erano rimaste aperti come ali, si chiusero intorno a un corpo solido che lei riconobbe più che per il profumo ricco, speziato, terreno. Riconobbe Tomas a più livelli di quanti avesse mai sospettato di poter accedere. Lo tenne stretto, cercando di non arrendersi alla paura di poter perdere quello che aveva perfino esitato a sognare, adesso che c’era tanto vicina.

Non l’avrebbe perso. Non a causa di Ricky né del suo piccolo demone.

Anche se al mondo c’erano pazzoidi come Ricky Everitt, c’erano anche eroi come Tomas. Anche se c’era una dimensione demoniaca parallela alla sua realtà, e chissà quanti altri tipi di dimensioni oltre quella, la sua realtà andava di pari passo con tutte le altre.

Non stava precipitando nel caos. Si rifiutava di farlo.

Era in un bagno,in un sobborgo residenziale.

“Casa” urlò, invocando le sue ultime forze. Ancora una volta, non riuscì a sentire la propria voce, così ci riprovò, più forte.

“Casa!”

Questa volta la sentì. Sentì anche il miagolio oltraggiato “MROWRM!”

Marcy si sforzò di aprire gli occhi, e il suo sguardo incontrò gli occhi dorati da tigre di Tomas Martinez che la sbirciavano da dietro la massa di lunghi capelli scuri, accarezzandole il viso con stupore. Ci era riuscita.

Ci era riuscita?

Marcy si rese conto di essere incastrata piuttosto stretta contro lo stipite della porta, perché il piccolo bagno era affollato in modo innaturale: uno sconvolto Padre Gregory era in piedi, illeso, dietro Tomas e qualcosa di caldo si contorceva tra lei e Tomas.

Era…?

Marcy abbassò lo sguardo e vide il muso sporco di fuliggine della sua gatta sbirciarla dalle braccia di Tomas, chiaramente infastidita per come era andata la giornata.

Quello fu il momento in cui cominciò a piangere.

Tomas le baciò le guance calde e sensibili, e allungò una mano dietro di lei per aprire la porta verso il tempio di Ricky.

Aria fresca invase la piccola stanza affollata, come una benedizione.

 

Tutto quello che Tomas voleva fare era riportare Marcy e Palla di neve a casa. Marcy aveva smesso di piangere quasi subito, ma ne avevano passate abbastanza per una sola giornata. Forse abbastanza per una vita intera o più.

Il lato positivo era che Marcy aveva dimostrato di avere capacità di recupero dannatamente incredibili.

Quando Padre Gregory disse che avrebbe chiesto ad alcuni colleghi di raggiungerlo, Tomas era felice di lasciare il prete ad occuparsi delle pulizie spirituali. Tomas aveva in mente cose più importanti.

La prima delle quali era come riuscire a riportare a casa un gatto decisamente irritato su una motocicletta.

Per tacito accordo (non avevano parlato molto da quando erano usciti dal bagno), Tomas e Marcy, con in braccio Palla di neve, salirono le scale verso l’appartamento di lei. Erano entrambi, e non sorprendentemente, in leggero shock.

Tomas usò il suo passe-partout per aprire la porta. “Stai indietro”

“Va tutto bene” disse Marcy con quieta certezza.

E infatti la porta del 3B si aprì a rivelare un appartamento ordinato e perfettamente normale. Palla di neve saltò giù dalle braccia di Marcy e corse come un fulmine verso la camera da letto, sbattendo sulla porta abbastanza forte da aprirla.

Tomas si mosse per andare a riprendere la gatta, ma Marcy lo fermò posando delicatamente una mano sul suo braccio. “Il portale è chiuso”

“Come fai ad esserne tanto sicura?”. Tomas chiuse la porta dietro di loro e poi la riaprì veloce. Corridoio. La richiuse un’altra volta.

“Lo sento” disse Marcy. “È come uno di quei rumori che noti appena fino a quando non c’è più, come il brusio del frigorifero o il traffico in strada. Credo che una parte di me fosse vagamente consapevole di questo…questo pericolo da tanto, tanto tempo” Marcy rise, incerta. “Ma non è il tipo di cosa che puoi indovinare con il gioco delle venti domande”

“Neanche con duemila domande!” Tomas guardò Marcy, la guardò davvero per la prima volta da quando erano riusciti insieme a fuggire dall’inferno.

Correzione, da quando lei lo aveva portato fuori dall’inferno. Tomas non le aveva chiesto com’era stata l’esperienza per lei. Per lui, c’era stato dolore. C’era stato fuoco. Non era sicuro per quale caso fortunato, a parte tutte le preghiere di sua madre e di sua nonna, era riuscito a sopravvivere, e tanto meno com’erano riusciti a ritrovare Palla di neve e Padre Gregory. Ma ogni istante era stato pura agonia.

E poi Marcy era arrivata, e quando gli aveva stretto le braccia intorno il dolore non solo era scomparso ma…si era trasformato. La bontà di Marcy l’aveva protetto e guarito.

Era la magia più pura che avesse mai incontrato.

Davvero non aveva mai pensato che fosse bella prima di quel giorno? Le loro avventure avevano fatto un pasticcio dei setosi capelli castani di Marcy, scompigliati dal vento e dal fuoco infernale, appiattiti dal casco, e a incorniciare il più bel visino sporco di fuliggine e quella grande bocca sensuale. Le gambe lunghe nascoste dai pantaloni della tuta avevano una tale grazia. Le sue curve, anche se appena visibili sotto la maglietta, erano ugualmente aggraziate. E gli occhi verdi possedevano la magia.

Marcy Bridges avrebbe potuto essere la donna più bella che Tomas avesse mai incontrato. Quindi, chi era cambiato, lui o lei?

O entrambi?

“Forse era quel rumore, quella minaccia di pericolo che ti tratteneva dal correre qualche rischio” suggerì Tomas. Aveva senso.

E così imparava a giudicare la gente timida prima di aver sentito l’intera storia.

Marcy rise, divertita, auto disapprovandosi. “Non sarà la spiegazione giusta ma di certo mi piace”

Tomas si ritrovò a sorriderle. Non era solo una reazione al trauma, vero?

Marcy piegò la testa di lato, fissandolo. “A cosa stai pensando?”

“Sto pensando che probabilmente per stasera hai avuto abbastanza uomini a darti la caccia”

Marcy annuì con fare solenne. “Specie cattivi ragazzi, vero?”

Lo stava prendendo in giro? Ma considerando il tatuaggio sul polso, i vestiti di pelle nera e i capelli lunghi, Tomas non poteva certo negare quell’impressione. “Servirebbe se ti dicessi che sono il proprietario del condominio?”

Marcy disse “Non fa alcuna differenza che tu sia il proprietario del condominio” Ma lo disse in un bel modo e così Tomas la baciò. Marcy ricambiò il bacio. La sua purezza lo avvolse, guarendolo in tanti modi.

Fresca. Come una benedizione.

Quando si mise dritto, per controllare la reazione di Marcy, lei si appoggiò a lui, gli strinse le braccia intorno alla vita, e posò la guancia sulla sua spalla. Tomas la strinse in un abbraccio e le posò la guancia sui capelli.

Poteva fare l’abitudine a tutto questo.

Già lo faceva.

“Quello che non capisco” mormorò Marcy dopo un lungo momento, “è perché il demone non abbia nemmeno cercato di prendermi. Quando eravamo…dovunque fosse”

“Inferno” Tomas dubitava che fosse il vero inferno, quello di cui aveva sentito parlare al catechismo, ma aveva avuto lo stesso sapore.

“Stavo proteggendo me stessa” Marcy alzò il viso verso Tomas, quindi anche lui doveva tenere la testa dritta ma la cosa bella era che poteva vedere il sorriso orgoglioso di Marcy. “Con la magia”

“Con la magia” si trovò d’accordo Tomas.

“Ma è come se Daies…”

Tomas la baciò, veloce, poi si tirò indietro per spiegare. “Cerchiamo di non dire il suo nome, comunque. È qualcosa che ho imparato dalla mia abuela

Marcy annuì. “Era come se non mi volesse più”

Tomas sbattè le palpebre e la fissò. “Ed è una brutta cosa?”

“No!” Marcy rise, libera e felice e forse, giusto forse, sua. Col tempo e correndo qualche rischio.

“Sono solo curiosa”

Tomas considerò i fatti, e sorrise alla più probabile delle conclusioni. “Il demone ha davvero detto che voleva fare di te la sua sposa?”

“Sì! Ha detto…” Ma Marcy si fermò, occhi sgranati. “No, hai ragione! Ha detto che sarei diventata la sua compagna

“Io credo” disse Tomas, cercando di non ridere, “che Ricky Everitt fosse vergine”

Marcy non sembrava come una che cerca di trattenere una risata…ma non sembrava neanche particolarmente rattristata per il destino di Ricky. Se l’uomo doveva sacrificare qualcuno, era solo giusto che sacrificasse se stesso.

“Adesso sono l’unica che deciderà dove sto andando” disse Marcy, pensierosa. “Ma sai una cosa…continuo a credere che non ci sia niente di male ad aspettare per la persona giusta”

Poi lentamente sorrise con un espressione decisamente diabolica.

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